Ma Giorgio Moroder ha bisogno di essere celebrato?

Ho una certa diffidenza verso le celebrazioni. Niente di particolarmente ragionato, a dire il vero. È più una reazione istintiva: vedo un convegno dedicato a una grande personalità, penso che non faccia per me e passo oltre. La prima reazione davanti a “Everybody calls me Giorgio”, il convegno internazionale che dal 10 al 12 settembre porterà a Bressanone e Bolzano studiosi da diversi Paesi per parlare di Giorgio Moroder, non è stata molto diversa.

Poi ho guardato meglio di cosa si tratta. La mia perplessità, in fondo, non riguarda questo convegno (qui il link) in particolare. Riguarda semmai l’idea stessa di celebrare qualcuno come Moroder: tre Oscar, quattro Grammy, I Feel Love con Donna Summer, le colonne sonore di film come Midnight Express e Flashdance. E soprattutto un modo di produrre musica che ha lasciato tracce ben oltre gli anni della disco. Se sei Giorgio Moroder, insomma, non hai un gran bisogno che qualcuno ricordi al mondo quanto sei stato importante.

Ma forse è proprio qui che avevo preso il convegno dalla parte sbagliata. Leggendo il programma si capisce che Moroder non è soltanto qualcuno da mettere al centro di una celebrazione: la sua storia diventa un punto di partenza per parlare d’altro. C’è naturalmente la musica – i sintetizzatori, la produzione, il cinema, il remix – ma c’è anche il ragazzo nato a Ortisei, cresciuto nella comunità ladina, che parte, attraversa la Germania e arriva negli Stati Uniti. E quindi entrano in gioco migrazione, appartenenza, minoranze linguistiche, identità.

E poi c’è un tema che rende particolarmente attuale tornare oggi sull’esperienza di Moroder: il rapporto tra tecnologia e creatività. Negli anni Settanta utilizzare sintetizzatori, sequencer e macchine per costruire un brano significava anche mettere in discussione l’idea tradizionale di come nasce la musica. Oggi le tecnologie sono altre e discutiamo di automazione, algoritmi e intelligenza artificiale, ma alcune domande suonano familiari. Quanto della creatività appartiene all’autore e quanto agli strumenti che utilizza? Una macchina sostituisce qualcosa oppure rende possibile qualcosa che prima non esisteva?

Vista così, la questione diventa interessante anche per chi, come me, davanti alla parola “celebrazione” tende istintivamente a cambiare strada. Non so se questo basterà a farmi cambiare idea sui convegni dedicati alle grandi personalità. Probabilmente no, e forse non è nemmeno necessario. Il punto è che Moroder offre ancora parecchio materiale per parlare non soltanto di ciò che è stato, ma di quello che sta succedendo adesso.

A quasi cinquant’anni da I Feel Love, continuiamo a ritrovare alcune delle domande che la sua musica aveva posto allora: che cosa succede quando una nuova tecnologia entra nel processo creativo? Che cosa cambia nel ruolo dell’autore? E siamo capaci di riconoscere qualcosa di nuovo mentre sta accadendo, prima che diventi storia?

Forse è questo il modo più interessante di parlare oggi di un innovatore: non limitarsi a dire che lo è stato, ma provare a capire che cosa ci permette ancora di vedere.

Ascolti di funzione

Ho ripreso ad ascoltare molta musica. Anzi, a essere più preciso, dovrei dire che ho ripreso ad ascoltare molto.
Soprattutto durante i frequenti spostamenti in auto. Musica, certo, ma anche audiolibri, podcast, voci e storie. Mi sto accorgendo che non sempre scelgo cosa ascoltare soltanto perché mi piace. A volte lo scelgo perché mi serve: mi tiene compagnia, mi aiuta a rimanere concentrato, qualche volta semplicemente mi tiene sveglio quando davanti ci sono ancora parecchi chilometri.

Proprio guidando sto riscoprendo anche la potenza della parola ascoltata. Gli audiolibri, innanzitutto, ma anche i podcast narrativi.

Recentemente, più per praticità che per una scelta ragionata, su Spotify mi sono imbattuto in Il Mostro di Nerola, dedicato alla storia vera di Ernesto Picchioni e a una vicenda di cronaca nera dell’Italia del secondo dopoguerra.

La storia è inquietante, ma a colpirmi è stato anche il modo di raccontarla: la voce, il montaggio, i tempi, la musica e quel lavoro di sound design che costruisce uno spazio intorno alle parole. È un filone che conosco ancora poco e che vorrei approfondire. Intanto, in automobile, ha funzionato benissimo: per chilometri sono rimasto dentro la storia.

E proprio la parola funzionato mi ha riportato a un concetto che mi porto dietro da molti anni: quello della musica di funzione.

L’ho sentito usare per la prima volta da Sergio Messina, durante una sua conferenza. Non ricordo più le parole esatte, ma ricordo benissimo uno degli esempi che fece: i canti dei battipali.

Mi affascinò l’idea di una musica che non nasce necessariamente per essere ascoltata. Una musica che serve. Che accompagna il lavoro, scandisce il ritmo, coordina uno sforzo, aiuta ad affrontare la fatica.

Quell’immagine mi è rimasta dentro.

E, fatte tutte le debite proporzioni, mi sono accorto che anch’io ho i miei ascolti di funzione.

Ci sono musiche che funzionano quando devo guidare la sera, altre quando ho bisogno di concentrarmi. E ci sono momenti nei quali una voce che racconta una storia riesce a farmi compagnia molto meglio di una playlist.

Non necessariamente quello che funziona in automobile è quello che sceglierei di ascoltare a casa.

È cambiata la funzione, e cambia l’ascolto.

Forse è questo che sto riscoprendo durante tutti questi chilometri: non soltanto il piacere di ascoltare, ma anche quello di trovare, di volta in volta, l’ascolto giusto per il momento.

kiasma.it il sito personale di Till Mola