Nuovi sguardi su Bolzano

Raccontare una città significa sempre scegliere da dove guardarla.

Domenica scorsa ho provato a farlo camminando per due ore attraverso Bolzano insieme a dodici studenti provenienti da università, Paesi e percorsi diversi. Due ore di storia, domande, identità, architettura e memoria. E, per me, anche la sfida non proprio quotidiana di condensare tutto questo in inglese.

La passeggiata ha aperto la quinta edizione della Spotlight Summer School, workshop internazionale dedicato al documentario come strumento di ricerca nelle scienze sociali.

Negli anni il mio lavoro giornalistico mi ha portato a raccontare Bolzano attraverso articoli, radio e interviste. Più recentemente, anche camminandoci dentro, come guida turistica abilitata. Accompagnare qualcuno per la città snocciolando monumenti, date e nozioni, però, non mi ha mai interessato particolarmente.

Quello che mi interessa è capire come Bolzano sia diventata Bolzano. Soprattutto negli ultimi cento anni, quando politica, industria, migrazioni e identità ne hanno cambiato profondamente il volto, la lingua e la composizione sociale.

Per descrivere questa attività utilizzo spesso l’espressione “narratore urbano”. La ricerca e l’approfondimento propri del giornalismo rimangono gli stessi, ma cambia il formato: al posto della pagina o del microfono c’è una strada; al posto della scaletta di una trasmissione, un percorso attraverso la città. Bolzano stessa diventa la struttura del racconto.

Una città da leggere prima di filmarla

Qualche giorno fa mi ha contattato Ágnes Erőss, geografa e ricercatrice alla Libera Università di Bolzano, nonché una delle tutor e co-organizzatrici della Spotlight Summer School.

Il suo lavoro riguarda il modo in cui memoria e identità prendono forma nello spazio, soprattutto nelle realtà etnicamente e culturalmente complesse dell’Europa centro-orientale. Da questo punto di vista, Bolzano è quasi un laboratorio a cielo aperto.

La quinta edizione di Spotlight, in programma dal 13 al 20 settembre 2026, riunisce dodici studenti magistrali e dottorandi, accompagnati da quattro tutor. Arrivano da contesti accademici e geografici differenti, ma condividono un obiettivo: usare il documentario non soltanto per raccontare una realtà, ma anche per osservarla e provare a capirla.

Il loro compito non è raccontare Bolzano nel suo complesso. Devono scegliere un frammento della città, metterlo a fuoco e costruirgli intorno una storia.

Prima delle videocamere, però, viene lo sguardo. Prima delle immagini bisogna imparare a leggere il territorio. Ed è qui che entrava in gioco la mia passeggiata.

Due ore attraverso cento anni di Bolzano

Siamo partiti da piazza Magnago, prima di addentrarci nel centro storico passando da piazza Walther. Da lì abbiamo cominciato a ricostruire il percorso della città: dalle sue origini mercantili alle grandi trasformazioni del Novecento.

Il centro storico, i quartieri costruiti nel secolo scorso e la zona industriale raccontano trasformazioni differenti, legate anche alle persone che nel corso degli anni sono arrivate a vivere e lavorare qui. Sono tutte parti della stessa città, anche se custodiscono storie molto diverse. Ed è proprio questo che rende Bolzano interessante: passato e presente continuano a stare uno accanto all’altro, spesso nello spazio di poche strade.

Abbiamo parlato di gruppi linguistici, di proporzionale etnica, della particolare struttura istituzionale della provincia di Bolzano e del modo in cui la storia ha contribuito a costruire l’identità contemporanea della città.

Naturalmente, due ore non bastano per spiegare Bolzano, ma non era nemmeno quello lo scopo. La visita rappresentava soltanto uno dei tasselli del lavoro preparatorio degli studenti, insieme agli incontri con ricercatori, studiosi ed esperti della storia e della società locale.

Il mio compito era più semplice: aprire qualche porta, indicare possibili direzioni e seminare domande.

Quando una storia comincia ad accendersi

Uno dei tutor aveva dato ai partecipanti una consegna precisa: durante la passeggiata avrebbero dovuto individuare almeno tre temi potenzialmente interessanti da sviluppare nel corso della settimana.

È stata questa la parte più bella dell’esperienza. Mentre raccontavo, vedevo qualcuno soffermarsi su una parola, qualcun altro fotografare un dettaglio. Una domanda arrivava improvvisamente, due persone si scambiavano rapidamente un’osservazione.

Erano piccoli segnali del momento in cui una curiosità comincia a trasformarsi in una possibile storia.

Persone con origini, sensibilità e formazioni differenti attraversavano gli stessi luoghi, ma vedevano cose diverse. La città era la stessa, gli sguardi no. Da quella passeggiata potrebbero quindi nascere film completamente differenti.

Per me è stato particolarmente interessante osservare come una domanda, un edificio, una contraddizione o una parola ascoltata lungo il percorso diventassero possibili punti di partenza. In alcuni casi si percepiva chiaramente che, dietro quelle domande, c’era già un modo molto preciso di osservare e mettere in relazione le cose. Non stavano semplicemente raccogliendo informazioni: stavano selezionando, collegando, cercando un punto di vista.

È forse questo che mi ha colpito di più. Osservandoli, avevo la sensazione che per molti mancasse davvero poco per diventare ciò che stanno cercando di essere. E, in alcuni casi, probabilmente lo sono già.

Non so quali storie sceglieranno di raccontare durante questa settimana, né quale Bolzano finirà nei loro documentari. Ma alcune di quelle storie, durante la passeggiata, sembravano già aver cominciato a prendere forma.

Una storia ne apre altre

Nelle ultime settimane alcune delle interviste e degli approfondimenti sui quali sto lavorando hanno iniziato a incrociarsi intorno a un tema comune: l’inclusione.

Il punto di partenza è stato molto concreto. Anna Bernardo, della Fondazione Castelli di Bolzano, mi aveva segnalato un’iniziativa dedicata alle visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo. Durante un incontro con la Fondazione ho così intervistato da remoto Sarah Boscolo dell’ENS, l’Ente Nazionale Sordi.

Da quella prima intervista, però, il campo si è rapidamente allargato.

L’accessibilità culturale è un tema con il quale avevo già avuto modo di confrontarmi negli ultimi anni, anche attraverso alcuni momenti formativi organizzati dal Centro Culturale Trevi e dalla Ripartizione Cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano per il proprio personale.

Con Sarah Boscolo il percorso è poi proseguito con una seconda intervista, questa volta di persona. Sono emerse altre questioni, che meritano uno spazio proprio, e ci sarà quindi un nuovo incontro dedicato a un focus differente.

È una delle cose che trovo più interessanti nelle interviste: si parte preparati, con alcune domande e una possibile direzione, ma una risposta può spostare l’attenzione, aprire una questione inattesa o suggerire una nuova pista da seguire.

In questo caso è successo più volte.

Una prima parte del lavoro è intanto diventata un articolo. Su QuiBolzano ho raccontato le visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo, un’iniziativa concreta dalla quale partire per parlare di accessibilità culturale e del lavoro dell’Ente Nazionale Sordi.

Gli altri approfondimenti arriveranno con tempi e prospettive diverse.

Per ora, si parte da qui:

Castelli, patrimoni da rendere accessibili

Ma Giorgio Moroder ha bisogno di essere celebrato?

Ho una certa diffidenza verso le celebrazioni. Niente di particolarmente ragionato, a dire il vero. È più una reazione istintiva: vedo un convegno dedicato a una grande personalità, penso che non faccia per me e passo oltre. La prima reazione davanti a “Everybody calls me Giorgio”, il convegno internazionale che dal 10 al 12 settembre porterà a Bressanone e Bolzano studiosi da diversi Paesi per parlare di Giorgio Moroder, non è stata molto diversa.

Poi ho guardato meglio di cosa si tratta. La mia perplessità, in fondo, non riguarda questo convegno (qui il link) in particolare. Riguarda semmai l’idea stessa di celebrare qualcuno come Moroder: tre Oscar, quattro Grammy, I Feel Love con Donna Summer, le colonne sonore di film come Midnight Express e Flashdance. E soprattutto un modo di produrre musica che ha lasciato tracce ben oltre gli anni della disco. Se sei Giorgio Moroder, insomma, non hai un gran bisogno che qualcuno ricordi al mondo quanto sei stato importante.

Ma forse è proprio qui che avevo preso il convegno dalla parte sbagliata. Leggendo il programma si capisce che Moroder non è soltanto qualcuno da mettere al centro di una celebrazione: la sua storia diventa un punto di partenza per parlare d’altro. C’è naturalmente la musica – i sintetizzatori, la produzione, il cinema, il remix – ma c’è anche il ragazzo nato a Ortisei, cresciuto nella comunità ladina, che parte, attraversa la Germania e arriva negli Stati Uniti. E quindi entrano in gioco migrazione, appartenenza, minoranze linguistiche, identità.

E poi c’è un tema che rende particolarmente attuale tornare oggi sull’esperienza di Moroder: il rapporto tra tecnologia e creatività. Negli anni Settanta utilizzare sintetizzatori, sequencer e macchine per costruire un brano significava anche mettere in discussione l’idea tradizionale di come nasce la musica. Oggi le tecnologie sono altre e discutiamo di automazione, algoritmi e intelligenza artificiale, ma alcune domande suonano familiari. Quanto della creatività appartiene all’autore e quanto agli strumenti che utilizza? Una macchina sostituisce qualcosa oppure rende possibile qualcosa che prima non esisteva?

Vista così, la questione diventa interessante anche per chi, come me, davanti alla parola “celebrazione” tende istintivamente a cambiare strada. Non so se questo basterà a farmi cambiare idea sui convegni dedicati alle grandi personalità. Probabilmente no, e forse non è nemmeno necessario. Il punto è che Moroder offre ancora parecchio materiale per parlare non soltanto di ciò che è stato, ma di quello che sta succedendo adesso.

A quasi cinquant’anni da I Feel Love, continuiamo a ritrovare alcune delle domande che la sua musica aveva posto allora: che cosa succede quando una nuova tecnologia entra nel processo creativo? Che cosa cambia nel ruolo dell’autore? E siamo capaci di riconoscere qualcosa di nuovo mentre sta accadendo, prima che diventi storia?

Forse è questo il modo più interessante di parlare oggi di un innovatore: non limitarsi a dire che lo è stato, ma provare a capire che cosa ci permette ancora di vedere.

Ascolti di funzione

Ho ripreso ad ascoltare molta musica. Anzi, a essere più preciso, dovrei dire che ho ripreso ad ascoltare molto.
Soprattutto durante i frequenti spostamenti in auto. Musica, certo, ma anche audiolibri, podcast, voci e storie. Mi sto accorgendo che non sempre scelgo cosa ascoltare soltanto perché mi piace. A volte lo scelgo perché mi serve: mi tiene compagnia, mi aiuta a rimanere concentrato, qualche volta semplicemente mi tiene sveglio quando davanti ci sono ancora parecchi chilometri.

Proprio guidando sto riscoprendo anche la potenza della parola ascoltata. Gli audiolibri, innanzitutto, ma anche i podcast narrativi.

Recentemente, più per praticità che per una scelta ragionata, su Spotify mi sono imbattuto in Il Mostro di Nerola, dedicato alla storia vera di Ernesto Picchioni e a una vicenda di cronaca nera dell’Italia del secondo dopoguerra.

La storia è inquietante, ma a colpirmi è stato anche il modo di raccontarla: la voce, il montaggio, i tempi, la musica e quel lavoro di sound design che costruisce uno spazio intorno alle parole. È un filone che conosco ancora poco e che vorrei approfondire. Intanto, in automobile, ha funzionato benissimo: per chilometri sono rimasto dentro la storia.

E proprio la parola funzionato mi ha riportato a un concetto che mi porto dietro da molti anni: quello della musica di funzione.

L’ho sentito usare per la prima volta da Sergio Messina, durante una sua conferenza. Non ricordo più le parole esatte, ma ricordo benissimo uno degli esempi che fece: i canti dei battipali.

Mi affascinò l’idea di una musica che non nasce necessariamente per essere ascoltata. Una musica che serve. Che accompagna il lavoro, scandisce il ritmo, coordina uno sforzo, aiuta ad affrontare la fatica.

Quell’immagine mi è rimasta dentro.

E, fatte tutte le debite proporzioni, mi sono accorto che anch’io ho i miei ascolti di funzione.

Ci sono musiche che funzionano quando devo guidare la sera, altre quando ho bisogno di concentrarmi. E ci sono momenti nei quali una voce che racconta una storia riesce a farmi compagnia molto meglio di una playlist.

Non necessariamente quello che funziona in automobile è quello che sceglierei di ascoltare a casa.

È cambiata la funzione, e cambia l’ascolto.

Forse è questo che sto riscoprendo durante tutti questi chilometri: non soltanto il piacere di ascoltare, ma anche quello di trovare, di volta in volta, l’ascolto giusto per il momento.

“L’orsa che mangiava le ciliegie”: quando la natura torna a farsi spazio

Ci sono interviste che nascono da una notizia, altre da una curiosità. Questa nasce da un’immagine: un’orsa che sale su un ciliegio con i suoi cuccioli. Una scena quasi fiabesca, eppure reale, che Mauro Balboni ha scelto come porta d’ingresso per raccontare una questione molto concreta: il ritorno della natura nei territori europei, anche qui, tra Trentino-Alto Adige, boschi, montagne e comunità abitate.

Ho intervistato Balboni per parlare del suo nuovo libro, L’orsa che mangiava le ciliegie. La natura ritorna, pubblicato da Scienza Express. Nato a Bolzano, agronomo di formazione e osservatore attento delle trasformazioni del paesaggio, Balboni propone uno sguardo non ingenuo: la natura che ritorna affascina, ma obbliga anche a ripensare convivenza, responsabilità e abitudini.

Link al PDF dell’articolo su QuiBolzano

ascolta l’audio su Radio Dolomiti:

Chi era costei? Le donne nelle strade di Bolzano

Le strade raccontano sempre qualcosa della città. A volte però lo fanno in modo discreto, attraverso nomi che leggiamo ogni giorno senza chiederci davvero chi ci sia dietro.

In questa intervista Marina Mascher spiega che cosa racconta l’odonomastica femminile di Bolzano: vie, piazze e parchi dedicati a donne che hanno lasciato una traccia nella storia, nella scuola, nella scienza, nella politica e nella memoria civile.

Il tema è semplice solo in apparenza: perché i nomi delle strade dicono anche chi una comunità sceglie di ricordare.

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L’arte di sorprendere ancora


L’ultima volta che avevo visto gli Einstürzende Neubauten dal vivo era stata nel 2015, al Transart Festival di Bolzano. Prima ancora li avevo incrociati nel 1991, sempre a Bolzano, durante il tour di Strategies Against Architecture II, e poi negli anni Novanta a Pistoia. Nel frattempo la band è cambiata, io pure, e devo ammettere di non aver seguito con continuità la loro produzione più recente. Sono arrivato quindi al Teatro Sanbàpolis di Trento con una curiosità quasi da esploratore: pronto a ritrovare qualcosa che conoscevo bene, ma anche a scoprire quanto fosse diventato diverso. La prima sorpresa è arrivata già nei primi minuti di concerto.
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Accompagnare la vecchiaia, un passo alla volta

Ci sono persone che non parlano della cura come di un servizio, ma come di un modo di stare al mondo. Aurora Benitez è una di queste. Arrivata in Italia dal Perù nel 1991, ha attraversato lavori faticosi, incontri decisivi, esperienze personali e professionali che l’hanno portata a riconoscere negli anziani non solo persone fragili da assistere, ma veri “maestri” di vita.

La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza? E come prendersi cura degli anziani senza ridurli a un problema da gestire, ma riconoscendoli come persone ancora attraversate da relazioni, memoria, desideri e dignità?
Clicca QUI per leggere l’articolo pubblicato da QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassaAtesina

La Bolzano del sindaco Julius Perathoner (1895 – 1922)

Da tempo volevo proporre un articolo sulla Bolzano del sindaco Julius Perathoner in carica dal 1895 al 1922, ma volevo evitare un racconto che si fermasse soltanto alla modernizzazione della città. Per questo, prima di intervistare lo storico Hannes Obermair, mi sono confrontato con alcuni colleghi guide turistiche di Bolzano: scambi di idee, punti di vista, domande e osservazioni che mi hanno aiutato a dare all’intervista un taglio più ampio: non solo la trasformazione urbana, ma anche il contesto politico e la Bolzano di quegli anni.
Questo il link all’articolo

Karl von Müller: il mecenate bavarese che contribuì a immaginare la Bolzano turistica

Alla fine dell’Ottocento Bolzano non era soltanto una città di passaggio tra Nord e Sud Europa. Era anche un luogo in piena trasformazione, attraversato da nuovi flussi economici, culturali e turistici. In particolare Gries, allora ancora comune autonomo, stava diventando una meta molto apprezzata dall’élite germanofona mitteleuropea: un luogo di cura, soggiorno e investimento, dove clima, paesaggio e posizione geografica dialogavano con le ambizioni moderne del turismo alpino.

Dentro questa storia si inserisce la figura di Karl von Müller, facoltoso cittadino di Monaco di Baviera trasferitosi a Bolzano alla fine del XIX secolo. Il suo nome è legato soprattutto a un gesto destinato a lasciare un’impronta concreta sulla città: alla sua morte, von Müller destinò un patrimonio importante al sostegno dello sviluppo turistico di Bolzano e Gries.

Per capire meglio chi fosse Karl von Müller, quale ruolo ebbe nella Bolzano del suo tempo e perché la sua vicenda sia ancora interessante oggi, ne parliamo con Hannes Obermair, storico, senior researcher di Eurac Research ed ex direttore dell’Archivio storico della Città di Bolzano.

Clicca QUI per leggere l’articolo

West Side History: la storia del rione Novacella a Bolzano, tra vigne, memoria e trasformazione urbana

Tra i vigneti di via Novacella, al centro comunitario Maria Heim, la mostra “West Side History” racconta la trasformazione della parte ovest di Bolzano attraverso cartoline storiche, fotografie e testimonianze.

L’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Castelli di Bolzano in collaborazione con il centro comunitario, ripercorre la storia del rione Novacella: da zona agricola e in parte paludosa a quartiere densamente abitato, segnato nel tempo da profondi cambiamenti urbanistici e sociali.

Per approfondire il senso della mostra e il lavoro di ricerca che l’ha resa possibile, ho intervistato le curatrici Anna Bernardo e Tanja Cassitti.

L’intervista è pubblicata su Qui Bolzano.

Leggi l’intervista:
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/fbe94968c8eaf08db9f53e9e3#page=10

Il Bolzano Film Festival Bozen si apre alla città

Alla vigilia del Bolzano Film Festival Bozen ho raccolto le parole di Luigi Loddi, presidente del Filmclub di Bolzano. Ne è nata un’intervista sul valore del festival nel panorama culturale locale, sulla sua capacità di mettere in dialogo lingue e identità diverse e sulla scelta di coinvolgere quest’anno anche il Teatro Cristallo, non come semplice sala aggiuntiva, ma come nuovo luogo del festival.
Clicca qui per accedere all’articolo.

kiasma.it il sito personale di Till Mola