Giornate FAI d’Autunno a Bolzano: cosa c’è dietro una porta che si apre?


Il 10 e 11 ottobre tornano le Giornate FAI d’Autunno, un’occasione per scoprire luoghi del nostro patrimonio storico e artistico normalmente poco accessibili o sconosciuti al grande pubblico.

Ma come si organizzano queste aperture straordinarie? Chi sceglie i luoghi, come si ottengono i permessi e quanto lavoro c’è dietro un evento di questo tipo?

Ne ho parlato con Arianna Orsini del gruppo FAI giovani di Bolzano, quando ancora non poteva anticiparmi i luoghi. È stata l’occasione per porle alcune domande sugli aspetti meno visibili dell’organizzazione: dalla scelta dei luoghi ai preparativi necessari per rendere possibili le visite.

Nel frattempo, i luoghi sono stati svelati: a Bolzano si potranno visitare alcuni spazi del complesso dei Francescani, comprese cappelle nell’area della clausura normalmente chiuse al pubblico. Tutti i dettagli sono disponibili sul sito ufficiale del FAI.

La nostra conversazione è andata in onda venerdì 2 e domenica 4 ottobre 2026 su Radio Dolomiti, all’interno della mia rubrica «Bolzano, racconti dalla città».

Qui sotto potete riascoltarla.

Due Till sotto lo stesso dominio

Ho passato il fine settimana a smanettare su kiasma.it. Un po’ per necessità — privacy, GDPR e altre amenità — e un po’ perché, già che c’ero, ho cominciato a rimettere mano alla parte storica del sito.
Per anni il punto di partenza era kiasma.it/blog e da lì, attraverso il menu a panino, si accedeva alle varie sezioni. Quel menu ero convinto di averlo ormai perso. Invece sono riuscito a riesumarlo e, insieme a lui, sono tornate alla luce alcune chicche: i vecchi “consigli per gli acquisti”, le pagine dedicate alle persone molto alte, le sezioni in cui raccontavo chi sono. O meglio, chi ero. Soprattutto, quel menu permette di nuovo di navigare nel sito, da desktop e da mobile, andando indietro di vent’anni e più attraverso temi, sezioni e cronologia. Una specie di archeologia digitale che, devo ammettere, mi sta divertendo parecchio.
E scavando mi sono reso conto anche di un’altra cosa. Non ultimo grazie al supporto dell’intelligenza artificiale, sto finalmente cominciando a intravedere una possibile organizzazione del mio copioso archivio audio, dando un ordine a una produzione radiofonica che, in forme e contesti molto diversi, attraversa ormai quarant’anni. Dentro il dominio, intanto, ho recuperato e messo in salvo più di un gigabyte di vecchie trasmissioni e progetti. Tra questi c’è Fattore K, il progetto del 2005 dedicato alla tutela del diritto d’autore e uno dei miei primi esperimenti con quello che allora era ancora un mezzo tutto da scoprire: il podcast.
Erano davvero gli inizi e, per un periodo, Fattore K riuscì persino ad affacciarsi, a tratti, nella Top 100 dei podcast di iTunes. Un piccolo risultato reso possibile anche dal fatto che allora eravamo ancora in pochi. Poi il podcasting cominciò a prendere piede sul serio e Fattore K venne inevitabilmente sommerso, in termini di ascolti, da un’offerta che cresceva a velocità impressionante. Ma, ripensandoci oggi, mi sento un po’ un pioniere di quella sperimentazione: si provavano linguaggi, strumenti e forme di distribuzione quasi mentre nascevano. E in quel piccolo mondo ho incontrato anche persone con cui sono rimasto in contatto fino a oggi.
C’è poi Radio Crossing, sempre del 2005, un progetto artistico realizzato insieme a Denis Isaia, che praticamente non sento da allora e che nel frattempo ha fatto parecchia strada nel mondo dell’arte. Era un progetto audio sviluppato nell’etere di Radio Tandem e ospitato proprio da Fattore K. A rivederlo oggi fa un certo effetto anche ricordare come era stato costruito: feed RSS, spazio web direttamente sul sito e musiche libere da copyright, proprio per non incappare nei problemi di diritto d’autore di cui il progetto stesso si occupava. Una necessità che allora mi aveva costretto a sperimentare strumenti e soluzioni che oggi sembrano normali, ma che vent’anni fa lo erano decisamente meno.
E questo è solo un pezzo di ciò che vorrei far confluire, poco alla volta, in kiasma.it. Ci sono gli archivi de La Musica Dentro e le interviste realizzate per il podcast della Ripartizione Cultura italiana Alto Adige Cultura, pubblicate in Creative Commons. Il materiale c’è. Quello che ancora manca è un’interfaccia che permetta di ritrovarlo, ascoltarlo e attraversarlo con un minimo di criterio. Arriverà. C’è poi Tilleriste, una sezione che ormai è ai blocchi di partenza da fin troppo tempo: un archivio audio dedicato a quarant’anni di interviste, per riportare alla luce almeno una parte delle voci e degli incontri raccolti nel corso degli anni. Prima o poi dovrà pur decidersi a partire.
Naturalmente rimettere in circolazione tutto questo significa fare i conti anche con un web che nel frattempo è cambiato. All’epoca avevo disseminato il sito di video incorporati e altri contenuti esterni; oggi ho dovuto rimetterci mano, inserendo avvisi e qualche precauzione in più per privacy e GDPR. Un lavoro decisamente meno affascinante della riscoperta delle vecchie pagine, ma necessario. Molte di quelle pagine, poi, non vengono aggiornate da una quindicina d’anni. E rileggersi a distanza di tanto tempo è un’esperienza piuttosto singolare: è come incontrare un altro me, abbastanza familiare da riconoscerlo e abbastanza lontano da poterlo guardare con curiosità.
Adesso ci sarà parecchio da rivedere, aggiornare e sistemare. Ma alla fine di questo fine settimana passato a scavare sono piuttosto soddisfatto: una parte di kiasma.it che credevo quasi perduta è tornata navigabile. E intorno a quella parte comincia a prendere forma qualcosa di più grande: un archivio di pagine, voci, interviste, trasmissioni e progetti che attraversa più di vent’anni di web e, quando si parla di radio, arriva ancora più indietro. Per qualche tempo la parte storica raggiungibile da kiasma.it/blog convivrà quindi con quella più recente che oggi si apre direttamente su kiasma.it. È una soluzione pro tempore: il vecchio menu dovrà essere progressivamente integrato nella nuova struttura e anche i collegamenti esterni andranno rivisti e ripensati. Quanto durerà questa strana convivenza dipenderà soprattutto dal tempo che riuscirò a rubare alle notti di sonno.
Nel frattempo, il Till di allora continuerà ad abitare le vecchie pagine, mentre quello di oggi proverà a fargli spazio senza sfrattarlo. Due Till sotto lo stesso dominio, separati da quindici anni — e, in qualche angolo, anche da più di venti — costretti a condividere casa, memoria, vecchie trasmissioni e menu a panino

Memorie che riaffiorano, porte che si aprono

Due incontri, tra l’Adige e i Francescani, per raccontare persone, patrimonio e territorio.

Nel nuovo numero di QuiBolzano, in distribuzione da oggi, racconto due storie diverse. A unirle sono il territorio, lo sguardo con cui lo osserviamo e, soprattutto, le persone che creano relazioni.

La prima storia segue il corso dell’Adige. Un fiume che attraversa l’Alto Adige e il Trentino e che, anche nei momenti più drammatici della sua storia, ha unito i due territori. Le piene e le alluvioni non conoscono confini amministrativi e hanno lasciato tracce nel paesaggio, negli archivi e nella memoria delle comunità.

Da questa memoria condivisa nasce “Terre sommerse – Piene e inondazioni dell’Adige nella fotografia regionale”, la mostra al Museo Mercantile di Bolzano che mette insieme fotografie, documenti e immagini provenienti da archivi altoatesini e trentini.

Mi interessa particolarmente ciò che c’è dietro il progetto: istituzioni diverse che collaborano, patrimoni che vengono messi in relazione, persone che fanno dialogare materiali e storie appartenenti allo stesso territorio, al di là dei confini provinciali.

Tra queste c’è Marlene Huber dell’Ufficio Film e media della Provincia autonoma di Bolzano, abituata da anni a lavorare con il materiale fotografico d’archivio. Ed è proprio l’incontro tra professionalità ed esperienze maturate sui due versanti del confine provinciale a rendere possibili progetti di forte impatto come questo, capaci di ricomporre attraverso le immagini una storia che è, in realtà, comune.

Il secondo articolo resta invece a Bolzano. Con le prossime Giornate FAI d’Autunno, il complesso dei Francescani apre infatti anche le porte delle cappelle normalmente chiuse al pubblico: un’occasione per scoprire luoghi che fanno parte della città e che, proprio perché spesso inaccessibili, rimangono fuori dal nostro sguardo quotidiano.

Qui il mio incontro è stato con Arianna Orsini del Gruppo FAI Giovani di Bolzano, che mi ha raccontato non soltanto le aperture, ma anche il lavoro e le persone che rendono possibile far conoscere questi luoghi.

Un fiume tra Alto Adige e Trentino, alcune porte che si aprono nel cuore di Bolzano. Due storie molto diverse, accomunate forse da una cosa semplice: i territori diventano davvero interessanti quando qualcuno crea le relazioni che permettono di raccontarli.

Grazie a Marlene Huber e Arianna Orsini per la disponibilità e, soprattutto, per le storie che mi hanno permesso di raccogliere.

L’Adige che unisce e Giornate FAI d’Autunno – QuiBolzano (link)

Una città, due sguardi: le Bolzano di Barducci e Frainer

Passata la pausa estiva, con la ripresa della scuola riprendono anche le mie rubriche.

Nell’ultimo numero di Qui Bolzano ho scelto di raccontare soprattutto storie bolzanine, osservando la città da due prospettive molto diverse.

La prima è quella di Heimat, il fumetto di Armin Barducci, uscito per Edgar libri: una graphic novel che restituisce una Bolzano molto contemporanea e, allo stesso tempo, decisamente off: una città vista dai margini, lontana dall’immagine da cartolina e dai percorsi più battuti del racconto turistico. Una Bolzano fatta anche di seconde generazioni, carcere, solitudine, identità e ricerca di appartenenza.

Proprio il racconto del territorio, ma da un’altra prospettiva, è invece al centro dell’intervista a Mirko Frainer, capo della Delegazione FAI di Bolzano, divulgatore radiofonico e televisivo e grande conoscitore della storia e del patrimonio culturale locale.

Da questa estate Frainer ha raggiunto anche un traguardo che sembra quasi il naturale coronamento del suo percorso: è diventato guida turistica abilitata. Dopo anni trascorsi a raccontare Bolzano attraverso il FAI, la radio, la televisione e le visite sul territorio, viene quasi spontaneo chiedersi: se non lui, chi?

Due storie, quindi, e due modi di guardare la stessa città: da una parte la Bolzano meno visibile, quella dei margini e delle identità in costruzione; dall’altra la città della storia, dell’architettura e del patrimonio da conoscere e condividere.

In fondo, raccontare un luogo significa anche questo: provare a guardarlo ogni volta da un punto di vista diverso.

Heimat, Bolzano vista dai margini nel fumetto di Armin Barducci (link)

Mirko Frainer, la voce che racconta Bolzano (link)

Nuovi sguardi su Bolzano

Raccontare una città significa sempre scegliere da dove guardarla.

Domenica scorsa ho provato a farlo camminando per due ore attraverso Bolzano insieme a dodici studenti provenienti da università, Paesi e percorsi diversi. Due ore di storia, domande, identità, architettura e memoria. E, per me, anche la sfida non proprio quotidiana di condensare tutto questo in inglese.

La passeggiata ha aperto la quinta edizione della Spotlight Summer School, workshop internazionale dedicato al documentario come strumento di ricerca nelle scienze sociali.

Negli anni il mio lavoro giornalistico mi ha portato a raccontare Bolzano attraverso articoli, radio e interviste. Più recentemente, anche camminandoci dentro, come guida turistica abilitata. Accompagnare qualcuno per la città snocciolando monumenti, date e nozioni, però, non mi ha mai interessato particolarmente.

Quello che mi interessa è capire come Bolzano sia diventata Bolzano. Soprattutto negli ultimi cento anni, quando politica, industria, migrazioni e identità ne hanno cambiato profondamente il volto, la lingua e la composizione sociale.

Per descrivere questa attività utilizzo spesso l’espressione “narratore urbano”. La ricerca e l’approfondimento propri del giornalismo rimangono gli stessi, ma cambia il formato: al posto della pagina o del microfono c’è una strada; al posto della scaletta di una trasmissione, un percorso attraverso la città. Bolzano stessa diventa la struttura del racconto.

Una città da leggere prima di filmarla

Qualche giorno fa mi ha contattato Ágnes Erőss, geografa e ricercatrice alla Libera Università di Bolzano, nonché una delle tutor e co-organizzatrici della Spotlight Summer School.

Il suo lavoro riguarda il modo in cui memoria e identità prendono forma nello spazio, soprattutto nelle realtà etnicamente e culturalmente complesse dell’Europa centro-orientale. Da questo punto di vista, Bolzano è quasi un laboratorio a cielo aperto.

La quinta edizione di Spotlight, in programma dal 13 al 20 settembre 2026, riunisce dodici studenti magistrali e dottorandi, accompagnati da quattro tutor. Arrivano da contesti accademici e geografici differenti, ma condividono un obiettivo: usare il documentario non soltanto per raccontare una realtà, ma anche per osservarla e provare a capirla.

Il loro compito non è raccontare Bolzano nel suo complesso. Devono scegliere un frammento della città, metterlo a fuoco e costruirgli intorno una storia.

Prima delle videocamere, però, viene lo sguardo. Prima delle immagini bisogna imparare a leggere il territorio. Ed è qui che entrava in gioco la mia passeggiata.

Due ore attraverso cento anni di Bolzano

Siamo partiti da piazza Magnago, prima di addentrarci nel centro storico passando da piazza Walther. Da lì abbiamo cominciato a ricostruire il percorso della città: dalle sue origini mercantili alle grandi trasformazioni del Novecento.

Il centro storico, i quartieri costruiti nel secolo scorso e la zona industriale raccontano trasformazioni differenti, legate anche alle persone che nel corso degli anni sono arrivate a vivere e lavorare qui. Sono tutte parti della stessa città, anche se custodiscono storie molto diverse. Ed è proprio questo che rende Bolzano interessante: passato e presente continuano a stare uno accanto all’altro, spesso nello spazio di poche strade.

Abbiamo parlato di gruppi linguistici, di proporzionale etnica, della particolare struttura istituzionale della provincia di Bolzano e del modo in cui la storia ha contribuito a costruire l’identità contemporanea della città.

Naturalmente, due ore non bastano per spiegare Bolzano, ma non era nemmeno quello lo scopo. La visita rappresentava soltanto uno dei tasselli del lavoro preparatorio degli studenti, insieme agli incontri con ricercatori, studiosi ed esperti della storia e della società locale.

Il mio compito era più semplice: aprire qualche porta, indicare possibili direzioni e seminare domande.

Quando una storia comincia ad accendersi

Uno dei tutor aveva dato ai partecipanti una consegna precisa: durante la passeggiata avrebbero dovuto individuare almeno tre temi potenzialmente interessanti da sviluppare nel corso della settimana.

È stata questa la parte più bella dell’esperienza. Mentre raccontavo, vedevo qualcuno soffermarsi su una parola, qualcun altro fotografare un dettaglio. Una domanda arrivava improvvisamente, due persone si scambiavano rapidamente un’osservazione.

Erano piccoli segnali del momento in cui una curiosità comincia a trasformarsi in una possibile storia.

Persone con origini, sensibilità e formazioni differenti attraversavano gli stessi luoghi, ma vedevano cose diverse. La città era la stessa, gli sguardi no. Da quella passeggiata potrebbero quindi nascere film completamente differenti.

Per me è stato particolarmente interessante osservare come una domanda, un edificio, una contraddizione o una parola ascoltata lungo il percorso diventassero possibili punti di partenza. In alcuni casi si percepiva chiaramente che, dietro quelle domande, c’era già un modo molto preciso di osservare e mettere in relazione le cose. Non stavano semplicemente raccogliendo informazioni: stavano selezionando, collegando, cercando un punto di vista.

È forse questo che mi ha colpito di più. Osservandoli, avevo la sensazione che per molti mancasse davvero poco per diventare ciò che stanno cercando di essere. E, in alcuni casi, probabilmente lo sono già.

Non so quali storie sceglieranno di raccontare durante questa settimana, né quale Bolzano finirà nei loro documentari. Ma alcune di quelle storie, durante la passeggiata, sembravano già aver cominciato a prendere forma.

Una storia ne apre altre

Nelle ultime settimane alcune delle interviste e degli approfondimenti sui quali sto lavorando hanno iniziato a incrociarsi intorno a un tema comune: l’inclusione.

Il punto di partenza è stato molto concreto. Anna Bernardo, della Fondazione Castelli di Bolzano, mi aveva segnalato un’iniziativa dedicata alle visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo. Durante un incontro con la Fondazione ho così intervistato da remoto Sarah Boscolo dell’ENS, l’Ente Nazionale Sordi.

Da quella prima intervista, però, il campo si è rapidamente allargato.

L’accessibilità culturale è un tema con il quale avevo già avuto modo di confrontarmi negli ultimi anni, anche attraverso alcuni momenti formativi organizzati dal Centro Culturale Trevi e dalla Ripartizione Cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano per il proprio personale.

Con Sarah Boscolo il percorso è poi proseguito con una seconda intervista, questa volta di persona. Sono emerse altre questioni, che meritano uno spazio proprio, e ci sarà quindi un nuovo incontro dedicato a un focus differente.

È una delle cose che trovo più interessanti nelle interviste: si parte preparati, con alcune domande e una possibile direzione, ma una risposta può spostare l’attenzione, aprire una questione inattesa o suggerire una nuova pista da seguire.

In questo caso è successo più volte.

Una prima parte del lavoro è intanto diventata un articolo. Su QuiBolzano ho raccontato le visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo, un’iniziativa concreta dalla quale partire per parlare di accessibilità culturale e del lavoro dell’Ente Nazionale Sordi.

Gli altri approfondimenti arriveranno con tempi e prospettive diverse.

Per ora, si parte da qui:

Castelli, patrimoni da rendere accessibili

Ma Giorgio Moroder ha bisogno di essere celebrato?

Ho una certa diffidenza verso le celebrazioni. Niente di particolarmente ragionato, a dire il vero. È più una reazione istintiva: vedo un convegno dedicato a una grande personalità, penso che non faccia per me e passo oltre. La prima reazione davanti a “Everybody calls me Giorgio”, il convegno internazionale che dal 10 al 12 settembre porterà a Bressanone e Bolzano studiosi da diversi Paesi per parlare di Giorgio Moroder, non è stata molto diversa.

Poi ho guardato meglio di cosa si tratta. La mia perplessità, in fondo, non riguarda questo convegno (qui il link) in particolare. Riguarda semmai l’idea stessa di celebrare qualcuno come Moroder: tre Oscar, quattro Grammy, I Feel Love con Donna Summer, le colonne sonore di film come Midnight Express e Flashdance. E soprattutto un modo di produrre musica che ha lasciato tracce ben oltre gli anni della disco. Se sei Giorgio Moroder, insomma, non hai un gran bisogno che qualcuno ricordi al mondo quanto sei stato importante.

Ma forse è proprio qui che avevo preso il convegno dalla parte sbagliata. Leggendo il programma si capisce che Moroder non è soltanto qualcuno da mettere al centro di una celebrazione: la sua storia diventa un punto di partenza per parlare d’altro. C’è naturalmente la musica – i sintetizzatori, la produzione, il cinema, il remix – ma c’è anche il ragazzo nato a Ortisei, cresciuto nella comunità ladina, che parte, attraversa la Germania e arriva negli Stati Uniti. E quindi entrano in gioco migrazione, appartenenza, minoranze linguistiche, identità.

E poi c’è un tema che rende particolarmente attuale tornare oggi sull’esperienza di Moroder: il rapporto tra tecnologia e creatività. Negli anni Settanta utilizzare sintetizzatori, sequencer e macchine per costruire un brano significava anche mettere in discussione l’idea tradizionale di come nasce la musica. Oggi le tecnologie sono altre e discutiamo di automazione, algoritmi e intelligenza artificiale, ma alcune domande suonano familiari. Quanto della creatività appartiene all’autore e quanto agli strumenti che utilizza? Una macchina sostituisce qualcosa oppure rende possibile qualcosa che prima non esisteva?

Vista così, la questione diventa interessante anche per chi, come me, davanti alla parola “celebrazione” tende istintivamente a cambiare strada. Non so se questo basterà a farmi cambiare idea sui convegni dedicati alle grandi personalità. Probabilmente no, e forse non è nemmeno necessario. Il punto è che Moroder offre ancora parecchio materiale per parlare non soltanto di ciò che è stato, ma di quello che sta succedendo adesso.

A quasi cinquant’anni da I Feel Love, continuiamo a ritrovare alcune delle domande che la sua musica aveva posto allora: che cosa succede quando una nuova tecnologia entra nel processo creativo? Che cosa cambia nel ruolo dell’autore? E siamo capaci di riconoscere qualcosa di nuovo mentre sta accadendo, prima che diventi storia?

Forse è questo il modo più interessante di parlare oggi di un innovatore: non limitarsi a dire che lo è stato, ma provare a capire che cosa ci permette ancora di vedere.

Ascolti di funzione

Ho ripreso ad ascoltare molta musica. Anzi, a essere più preciso, dovrei dire che ho ripreso ad ascoltare molto.
Soprattutto durante i frequenti spostamenti in auto. Musica, certo, ma anche audiolibri, podcast, voci e storie. Mi sto accorgendo che non sempre scelgo cosa ascoltare soltanto perché mi piace. A volte lo scelgo perché mi serve: mi tiene compagnia, mi aiuta a rimanere concentrato, qualche volta semplicemente mi tiene sveglio quando davanti ci sono ancora parecchi chilometri.

Proprio guidando sto riscoprendo anche la potenza della parola ascoltata. Gli audiolibri, innanzitutto, ma anche i podcast narrativi.

Recentemente, più per praticità che per una scelta ragionata, su Spotify mi sono imbattuto in Il Mostro di Nerola, dedicato alla storia vera di Ernesto Picchioni e a una vicenda di cronaca nera dell’Italia del secondo dopoguerra.

La storia è inquietante, ma a colpirmi è stato anche il modo di raccontarla: la voce, il montaggio, i tempi, la musica e quel lavoro di sound design che costruisce uno spazio intorno alle parole. È un filone che conosco ancora poco e che vorrei approfondire. Intanto, in automobile, ha funzionato benissimo: per chilometri sono rimasto dentro la storia.

E proprio la parola funzionato mi ha riportato a un concetto che mi porto dietro da molti anni: quello della musica di funzione.

L’ho sentito usare per la prima volta da Sergio Messina, durante una sua conferenza. Non ricordo più le parole esatte, ma ricordo benissimo uno degli esempi che fece: i canti dei battipali.

Mi affascinò l’idea di una musica che non nasce necessariamente per essere ascoltata. Una musica che serve. Che accompagna il lavoro, scandisce il ritmo, coordina uno sforzo, aiuta ad affrontare la fatica.

Quell’immagine mi è rimasta dentro.

E, fatte tutte le debite proporzioni, mi sono accorto che anch’io ho i miei ascolti di funzione.

Ci sono musiche che funzionano quando devo guidare la sera, altre quando ho bisogno di concentrarmi. E ci sono momenti nei quali una voce che racconta una storia riesce a farmi compagnia molto meglio di una playlist.

Non necessariamente quello che funziona in automobile è quello che sceglierei di ascoltare a casa.

È cambiata la funzione, e cambia l’ascolto.

Forse è questo che sto riscoprendo durante tutti questi chilometri: non soltanto il piacere di ascoltare, ma anche quello di trovare, di volta in volta, l’ascolto giusto per il momento.

“L’orsa che mangiava le ciliegie”: quando la natura torna a farsi spazio

Ci sono interviste che nascono da una notizia, altre da una curiosità. Questa nasce da un’immagine: un’orsa che sale su un ciliegio con i suoi cuccioli. Una scena quasi fiabesca, eppure reale, che Mauro Balboni ha scelto come porta d’ingresso per raccontare una questione molto concreta: il ritorno della natura nei territori europei, anche qui, tra Trentino-Alto Adige, boschi, montagne e comunità abitate.

Ho intervistato Balboni per parlare del suo nuovo libro, L’orsa che mangiava le ciliegie. La natura ritorna, pubblicato da Scienza Express. Nato a Bolzano, agronomo di formazione e osservatore attento delle trasformazioni del paesaggio, Balboni propone uno sguardo non ingenuo: la natura che ritorna affascina, ma obbliga anche a ripensare convivenza, responsabilità e abitudini.

Link al PDF dell’articolo su QuiBolzano

ascolta l’audio su Radio Dolomiti:

Chi era costei? Le donne nelle strade di Bolzano

Le strade raccontano sempre qualcosa della città. A volte però lo fanno in modo discreto, attraverso nomi che leggiamo ogni giorno senza chiederci davvero chi ci sia dietro.

In questa intervista Marina Mascher spiega che cosa racconta l’odonomastica femminile di Bolzano: vie, piazze e parchi dedicati a donne che hanno lasciato una traccia nella storia, nella scuola, nella scienza, nella politica e nella memoria civile.

Il tema è semplice solo in apparenza: perché i nomi delle strade dicono anche chi una comunità sceglie di ricordare.

Clicca QUI per leggere l’articolo (link esterno)

L’arte di sorprendere ancora


L’ultima volta che avevo visto gli Einstürzende Neubauten dal vivo era stata nel 2015, al Transart Festival di Bolzano. Prima ancora li avevo incrociati nel 1991, sempre a Bolzano, durante il tour di Strategies Against Architecture II, e poi negli anni Novanta a Pistoia. Nel frattempo la band è cambiata, io pure, e devo ammettere di non aver seguito con continuità la loro produzione più recente. Sono arrivato quindi al Teatro Sanbàpolis di Trento con una curiosità quasi da esploratore: pronto a ritrovare qualcosa che conoscevo bene, ma anche a scoprire quanto fosse diventato diverso. La prima sorpresa è arrivata già nei primi minuti di concerto.
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Accompagnare la vecchiaia, un passo alla volta

Ci sono persone che non parlano della cura come di un servizio, ma come di un modo di stare al mondo. Aurora Benitez è una di queste. Arrivata in Italia dal Perù nel 1991, ha attraversato lavori faticosi, incontri decisivi, esperienze personali e professionali che l’hanno portata a riconoscere negli anziani non solo persone fragili da assistere, ma veri “maestri” di vita.

La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza? E come prendersi cura degli anziani senza ridurli a un problema da gestire, ma riconoscendoli come persone ancora attraversate da relazioni, memoria, desideri e dignità?
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