Nelle ultime settimane alcune delle interviste e degli approfondimenti sui quali sto lavorando hanno iniziato a incrociarsi intorno a un tema comune: l’inclusione.
Il punto di partenza è stato molto concreto. Anna Bernardo, della Fondazione Castelli di Bolzano, mi aveva segnalato un’iniziativa dedicata alle visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo. Durante un incontro con la Fondazione ho così intervistato da remoto Sarah Boscolo dell’ENS, l’Ente Nazionale Sordi.
Da quella prima intervista, però, il campo si è rapidamente allargato.
L’accessibilità culturale è un tema con il quale avevo già avuto modo di confrontarmi negli ultimi anni, anche attraverso alcuni momenti formativi organizzati dal Centro Culturale Trevi e dalla Ripartizione Cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano per il proprio personale.
Con Sarah Boscolo il percorso è poi proseguito con una seconda intervista, questa volta di persona. Sono emerse altre questioni, che meritano uno spazio proprio, e ci sarà quindi un nuovo incontro dedicato a un focus differente.
È una delle cose che trovo più interessanti nelle interviste: si parte preparati, con alcune domande e una possibile direzione, ma una risposta può spostare l’attenzione, aprire una questione inattesa o suggerire una nuova pista da seguire.
In questo caso è successo più volte.
Una prima parte del lavoro è intanto diventata un articolo. Su QuiBolzano ho raccontato le visite guidate in lingua dei segni a Castel Roncolo, un’iniziativa concreta dalla quale partire per parlare di accessibilità culturale e del lavoro dell’Ente Nazionale Sordi.
Gli altri approfondimenti arriveranno con tempi e prospettive diverse.
Ci sono interviste che nascono da una notizia, altre da una curiosità. Questa nasce da un’immagine: un’orsa che sale su un ciliegio con i suoi cuccioli. Una scena quasi fiabesca, eppure reale, che Mauro Balboni ha scelto come porta d’ingresso per raccontare una questione molto concreta: il ritorno della natura nei territori europei, anche qui, tra Trentino-Alto Adige, boschi, montagne e comunità abitate.
Ho intervistato Balboni per parlare del suo nuovo libro, L’orsa che mangiava le ciliegie. La natura ritorna, pubblicato da Scienza Express. Nato a Bolzano, agronomo di formazione e osservatore attento delle trasformazioni del paesaggio, Balboni propone uno sguardo non ingenuo: la natura che ritorna affascina, ma obbliga anche a ripensare convivenza, responsabilità e abitudini.
Le strade raccontano sempre qualcosa della città. A volte però lo fanno in modo discreto, attraverso nomi che leggiamo ogni giorno senza chiederci davvero chi ci sia dietro.
In questa intervista Marina Mascher spiega che cosa racconta l’odonomastica femminile di Bolzano: vie, piazze e parchi dedicati a donne che hanno lasciato una traccia nella storia, nella scuola, nella scienza, nella politica e nella memoria civile.
Il tema è semplice solo in apparenza: perché i nomi delle strade dicono anche chi una comunità sceglie di ricordare.
Ci sono persone che non parlano della cura come di un servizio, ma come di un modo di stare al mondo. Aurora Benitez è una di queste. Arrivata in Italia dal Perù nel 1991, ha attraversato lavori faticosi, incontri decisivi, esperienze personali e professionali che l’hanno portata a riconoscere negli anziani non solo persone fragili da assistere, ma veri “maestri” di vita.
La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza? E come prendersi cura degli anziani senza ridurli a un problema da gestire, ma riconoscendoli come persone ancora attraversate da relazioni, memoria, desideri e dignità? Clicca QUI per leggere l’articolo pubblicato da QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassaAtesina
Da tempo volevo proporre un articolo sulla Bolzano del sindaco Julius Perathoner in carica dal 1895 al 1922, ma volevo evitare un racconto che si fermasse soltanto alla modernizzazione della città. Per questo, prima di intervistare lo storico Hannes Obermair, mi sono confrontato con alcuni colleghi guide turistiche di Bolzano: scambi di idee, punti di vista, domande e osservazioni che mi hanno aiutato a dare all’intervista un taglio più ampio: non solo la trasformazione urbana, ma anche il contesto politico e la Bolzano di quegli anni. Questo il link all’articolo
Alla fine dell’Ottocento Bolzano non era soltanto una città di passaggio tra Nord e Sud Europa. Era anche un luogo in piena trasformazione, attraversato da nuovi flussi economici, culturali e turistici. In particolare Gries, allora ancora comune autonomo, stava diventando una meta molto apprezzata dall’élite germanofona mitteleuropea: un luogo di cura, soggiorno e investimento, dove clima, paesaggio e posizione geografica dialogavano con le ambizioni moderne del turismo alpino.
Dentro questa storia si inserisce la figura di Karl von Müller, facoltoso cittadino di Monaco di Baviera trasferitosi a Bolzano alla fine del XIX secolo. Il suo nome è legato soprattutto a un gesto destinato a lasciare un’impronta concreta sulla città: alla sua morte, von Müller destinò un patrimonio importante al sostegno dello sviluppo turistico di Bolzano e Gries.
Per capire meglio chi fosse Karl von Müller, quale ruolo ebbe nella Bolzano del suo tempo e perché la sua vicenda sia ancora interessante oggi, ne parliamo con Hannes Obermair, storico, senior researcher di Eurac Research ed ex direttore dell’Archivio storico della Città di Bolzano.
Tra i vigneti di via Novacella, al centro comunitario Maria Heim, la mostra “West Side History” racconta la trasformazione della parte ovest di Bolzano attraverso cartoline storiche, fotografie e testimonianze.
L’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Castelli di Bolzano in collaborazione con il centro comunitario, ripercorre la storia del rione Novacella: da zona agricola e in parte paludosa a quartiere densamente abitato, segnato nel tempo da profondi cambiamenti urbanistici e sociali.
Per approfondire il senso della mostra e il lavoro di ricerca che l’ha resa possibile, ho intervistato le curatrici Anna Bernardo e Tanja Cassitti.
Alla vigilia del Bolzano Film Festival Bozen ho raccolto le parole di Luigi Loddi, presidente del Filmclub di Bolzano. Ne è nata un’intervista sul valore del festival nel panorama culturale locale, sulla sua capacità di mettere in dialogo lingue e identità diverse e sulla scelta di coinvolgere quest’anno anche il Teatro Cristallo, non come semplice sala aggiuntiva, ma come nuovo luogo del festival. Clicca qui per accedere all’articolo.
Ci sono storie che ti restano addosso, anche se non hai vissuto quell’epoca. Una di queste, per me, è quella dei tram di Bolzano. Ne ho sempre sentito parlare come di un retroscena dimenticato, ma a metà aprile ho finalmente avuto l’occasione di scriverne, e oggi l’articolo esce su Qui Bolzano.
È un viaggio nel tempo, tra i primi del ’900, quando la città stava crescendo e cercava di darsi un’identità moderna, mitteleuropea, al passo con Vienna, Monaco, Zurigo. Il tram — e con lui funivie e cremagliere — era molto più che un mezzo di trasporto: era un segno di ambizione urbana. Una promessa di connessione e di progresso.
Per raccontare questa pagina poco nota, ho incontrato Georg Tengler, studioso e autore di un volume sulle tranvie cittadine. Con lui abbiamo ricostruito l’origine della rete elettrica, il contesto urbanistico, i tracciati che toccavano piazza Walther, Gries, Laives e anche la zona della “Vurza” tra Pineta di Laives e San Giacomo. Ci sono aneddoti che valgono da soli il prezzo della lettura: per esempio, il fatto che uno dei due tracciati venne dirottato appositamente per attraversare il centro e valorizzare la città.
Avrei voluto scrivere di più — aggiungere fotografie d’epoca, mappe, dettagli sparsi rimasti in superficie come cicatrici urbane — ma ho cercato comunque di far emergere l’essenziale, nonostante i limiti di spazio del formato.
Il risultato è un articolo a cui tengo molto, e che spero possa risvegliare curiosità, ricordi o anche solo domande su come ci muovevamo — e su cosa abbiamo perso — nel passaggio dalla città di ieri a quella di oggi.
Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei personaggi illustri che hanno trascorso parte della loro vita – spesso gli ultimi capitoli – a Bolzano. Nel 2021 avevo raccontato la storia del campione internazionale di scacchi dell’Ottocento Daniel Harrwitz, sepolto proprio qui, grazie all’appassionato lavoro dello storico degli scacchi Luca D’Ambrosio (clicca qui per leggere l’intervista). Oggi, invece, vi porto un’altra storia affascinante: quella di Ljubov’ Dostoevskaja, figlia del celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Anche lei scrittrice, e soprattutto biografa del padre, Ljubov’ visse gli ultimi anni della sua vita a Bolzano, lasciando un segno importante.
Per approfondire il suo legame con la città, ho intervistato Marina Mascher, vicepresidente dell’associazione Rus’, che da anni lavora per far conoscere e valorizzare la figura di Ljubov’.
L’intervista è disponibile sia su QuiBolzano (qui l’articolo), sia su Radio Dolomiti (qui il link al file mp3).
La vita ogni tanto ti impone delle pause di riflessione, momenti in cui ti fermi, cerchi di tirare le somme e provi ad ascoltarti per capire cosa vuoi fare… A marzo 2020, quando il mondo si è fermato, come tanti colleghi ho anch’io smesso di fare radio in diretta. Ho trasmesso da casa e bene o male ho portato a termine la stagione de La Musica Dentro, la trasmissione in cui dal 2015 mi piaceva far parlare i miei ospiti della musica che li muove(va), quella dentro, da fruitori, prima ancora che da musicisti. A ottobre 2020, alla ripresa dalla stagione radiofonica non me la ero sentita di riprendere con le dirette, decidendo di prendermi un anno di pausa. E’ stato un anno in cui ha cominciato a farsi strada in me l’idea di una nuova trasmissione. L’assenza della radio dal vivo causa pandemia, mi aveva fatto considerare l’idea di riprendere a fare podcast (tipo questo). Avevo una idea di massima, che era quella di raccontare la mia città, ispirato dalle interessantissime interviste che avevo cominciato a fare per raccontare le storie del centro storico su Qui Bolzano, ma mancava una idea concreta, un format. Poi, un anno fa, una forte delusione mi ha portato a prendere le distanze dall’attuale gruppo di gestione di Radio Tandem. Una scelta dolorosa, considerato che la Radio, si, con la R maiuscola, dal 1986 è (era) parte della mia vita.
È passato quasi un altro anno. Un anno che ha portato la mia pausa di riflessione radiofonica a due – e la mia voce interiore a ricordarmi che ho bisogno di tornare a fare radio!
Poi succede che a forza di desiderare un’opportunità, questa arrivi. Arriva da una radio storica di Trento, che ringrazio, Radio Dolomiti, attiva dal 1975, una radio commerciale, che per me rappresenta una novità, a partire dal ritmo di trasmissione, molto più incalzante.
Dalla mia prova di trasmissione, la cosiddetta zero, sono passate diverse settimane, un tempo necessario ad affinare la tecnica e mettere a punto il contenitore. Che sarà piccolo: una rubrica di 3, massimo 4 minuti in cui concentrare una storia, cercando di dare voce alle persone, con le quali le interviste peraltro potrebbero durare ore. Una delle sfide più grandi sarà ricreare l’effetto radio dal vivo, che è una cosa sulla quale dovrò ancora lavorare. Intanto devo prendere le misure del nuovo formato, una cosa che succederà per gradi, un passo alla volta…
Florian Puff, 61 anni, gestisce un bar in via Laurino. Durante la prima fase della pandemia i media gli dedicarono attenzione in quanto era stato tra i primi esercenti del capoluogo ad adottare misure di protezione che gli consentissero di tenere aperta la sua attività. Quello che molti non sanno è che Florian Puff nel privato è uno sportivo appassionato di montagna che pratica l’arrampicata su ghiaccio, lo scialpinismo e mountainbike “estremo”. A fine marzo ha destato attenzione un suo video, postato sul suo profilo Facebook, dal titolo “Dolomiten Bikepacking”, un circuito di 4 giorni (e tre notti) affrontato in mountainbike: 150 chilometri di lunghezza per un totale di 7000 metri di dislivello, da solo nella natura, con tenda e sacco a pelo, utilizzando il più possibile percorsi off-road. La magia del video sta nell’esperienza della solitudine nei luoghi simbolo delle Dolomiti, oggi deserti a causa del lockdown (L’ Alpe di Siusi e le piste da sci sulle pendici del gruppo del Sella).
QUIBolzano: Cosa La spinge a cercare rifugio nella natura? Florian Puff: Con la mia attività, la mia giornata lavorativa è di 14 ore. Ma con il lockdown di colpo mi sono trovato ad avere tantissimo tempo libero. Il periodo più duro è stato sicuramente il primo lockdown, quello in cui ci siamo tutti trovati relegati in casa senza la possibilità di abbandonare il comune di residenza. Se vivi a Bolzano e sei appassionato di scialpinismo, arrampicata su ghiaccio e mountainbike in altura, non è il massimo…
Quando con l’inverno ci siamo ritrovati nuovamente in lockdown, la novità era data dalle nuove norme che consentivano a chi girava in bicicletta, di uscire dal territorio comunale. E’ stato così che ho cominciato ad andare a fare scialpinismo con la bici. Ho trovato il modo di fissare gli sci sulla mountainbike e sono partito alla volta di Obereggen. Lì ho messo gli sci, ho fatto la mia escursione e alla fine sono rientrato a Bolzano con la bici. Senza restrizioni, sarei partito in auto, avrei fatto la mia escursione con gli sci e la sera sarei tornato a casa soddisfatto. Se decidi di andare in bici, ti devi imporre di partire la mattina alle quattro e devi mettere a bilancio almeno due ore per salire. Ho fatto 10-12 escursioni così, con la mountainbike e poi gli sci, ma è una esperienza massacrante.
Quindi ho cominciato a ragionare su delle alternative, finché sono giunto alla conclusione che avrei lasciato gli sci a casa e che sarei partito in mountainbike. Ho studiato percorsi alternativi alla strada asfaltata, ma comunque percorribili nonostante la neve. E ho cominciato ad esplorare nuovi sentieri, una esperienza nuova, non ultimo per via della neve e del ghiaccio…
QUIBolzano: Non ha mai avuto il timore di scivolare, di “impiantarsi” durante una discesa e di cadere in malo modo?
Florian Puff: Ho fatto esperienza di tutto (ride, ndr). Comunque impari presto a capire che ci sono situazioni in cui puoi solo smontare dalla bicicletta e spingerla.
QUIBolzano: Ha una mountainbike particolare? Per queste escursioni ha montato dei rapporti particolarmente leggeri o usa gomme chiodate?
Florian Puff: Gomme chiodate mai, quelle servono se vai esclusivamente su ghiaccio. La bici la ho adattata da tempo alle mie esigenze, è già concepita per performance estreme, i rapporti sono leggeri, ma a me interessa anche la velocità. Certo, sento che con l’età comincio anche a perdere la potenza di un tempo. Cerco di pianificare le escursioni in modo da essere sulla neve al mattino, fino a mezzogiorno. Il pomeriggio percorro possibilmente tratti con fondo asciutto
QUIBolzano: Immagino che conti anche il fattore peso
Florian Puff: I materiali sono importanti, la bici pesa 14 chili e per quanto riguarda il bagaglio, cerco di economizzare quanto più possibile. Il mio bagaglio è montato su manubrio, sul portapacchi agganciato alla sella, più uno zainetto. In tutto 10 chili circa. Utilizzo materiale tecnico, caldo e resistente ma leggero: dall’abbigliamento, alla tenda e al sacco a pelo. Poi devo portarmi dietro un fornelletto, in queste escursioni è sempre importante assumere liquidi caldi, l’acqua la ricavo sciogliendo la neve
Poi devi pensare che ogni tanto devi scendere dalla bici, altrimenti rischi di stare in sella per 15 ore al giorno. Io mi porto dietro una macchina fotografica. Un tempo ero un appassionato fotografo, ma ultimamente, specie per questi giri mi porto dietro solo una fotocamera compatta che stia in tasca. Ne uso una buona, ma non mi piacciono le action cam, perché tendono a distorcere molto. Per il video che vedi sul mio profilo, ho fatto diverse riprese, ma senza guardare il singolo risultato. Deve andar bene, non è che posso compromettere la batteria. Una di riserva la porto dietro, ma non c’è possibilità di ricaricarla, quindi bisogna risparmiare dove si può, si lascia a casa tutto il superfluo.
QUIBolzano: Come le è venuta l’idea di una quattro giorni in solitaria, solo Lei e la natura?
Florian Puff: Due o forse tre anni fa mi sono imbattuto in una parola nuova: Backbiking, che interpreta la filosofia della tenda e del sacco a pelo abbinata alla bicicletta. Il termine era associato ad una manifestazione che si svolge ogni anno in Toscana, il Tuscany Trail al quale ho partecipato.
Riportiamo dal loro sito internet (www.tuscanytrail.it): “Un’avventura di 500 km in sella alla tua bicicletta, da Nord a Sud, in “autosufficienza” come veri avventurieri del ventunesimo secolo. Un itinerario caricato sul GPS e via ognuno con il proprio passo, senza tempo limite, perché l’avventura è un diritto che deve essere alla portata di tutti. Ad oggi è l’evento al mondo che detiene il maggior numero di partecipanti presenti: 1230. Un’evasione dalla routine quotidiana, uscirai dalla tua “comfort zone” e ti ritroverai a vivere intere giornate con i ritmi dettati solamente dall’alba e dal tramonto. I più avventurosi tra di voi sicuramente non perderanno l’occasione per dormire sotto il cielo stellato con la tenda o solamente il sacco a pelo.”
Quando ha fatto partire la tua esperienza di Backbiking nelle Dolomiti?
Dal 23 al 27 marzo ho fatto il mio trail, tutto in solitaria.
Martedì 23 marzo: Bolzano – Tires – San Cipriano – Lavina Bianca, Schönblick (Aica) – Umes- Laghetto di Fiè – Alpe di Siusi con sosta per la notte a Spitzbühel
Mercoledì 24 marzo: Spitzbühel – Rifugio Molignon (Mahlknechthütte) – Tirler – Selva Gardena – Passo Gardena (sosta per la notte)
Giovedì 25 marzo: da Passo Gardena lungo le piste da sci fino a Corvara – San Martino in Badia – Antermoia – Passo delle Erbe – San Pietro (Val di Funes) – Chiusa – Villandro – Alpe di Villandro
Venerdì 26 marzo: Alpe di Villandro – Sella gasteiger Sattel – Corno del Renon – Pemmern – Soprabolzano – Bolzano
QUIBolzano: La notte dormiva in tenda, in posti con una vista meravigliosa. Ha mai avuto paura?
Florian Puff: La notte senti tantissimi rumori. Un tempo non ci pensavo, però in linea teorica so che c’è la possibilità di incontrare qualche animale, penso all’orso o ai lupi, anche se la possibilità è remota. Statisticamente in Alto Adige vivono più cervi che lupi, eppure non ne incontri quasi mai. Io per ogni evenienza ho sempre a portata di mano uno spray al peperoncino, nella speranza di non doverlo mai usare