La tomba a Bolzano del grande scacchista

Tra i nomi che danno lustro alla città di Bolzano, da qualche anno c’è anche quello di Daniel Harrwitz. Nato nella prussiana Breslau, l’odierna Wroclaw in Polonia, Harrwitz è stato uno dei più famosi scacchisti dell’ottocento.

Tra il 1848 e il 1862, Harrwitz è al culmine della sua carriera e fa degli scacchi la sua via di sostentamento, chiedendo somme in denaro per giocare: sfidarlo, infatti, era motivo di orgoglio e stuzzicava la voglia degli appassionati. In molte sfide concedeva dei vantaggi agli avversari o giocava alla cieca, ovvero senza vedere la scacchiera e i pezzi, e tutto questo simultaneamente contro più giocatori. In questo periodo vive tra Berlino, Londra e Parigi, dal 1853 al 1854 pubblica un giornale sugli scacchi, la “British Chess Review” e nel 1862 scrive un libro dal titolo “Lehrbuch des Schachspiels”.

E’ il 2009 quando lo storico degli scacchi Luca D’Ambrosio scopre nel cimitero ebraico di Bolzano la tomba del maestro Daniel Harrwitz, morto a Bolzano nel 1884. Scoprendo la tomba, il suo ultimo domicilio in città (”Zollstange 173”, individuabile nell’ex Gasthof Rosengarten di via De Lai 2) e altre importanti tracce, D’Ambrosio ha ridefinito la biografia del grande scacchista, suscitando grande interesse a riguardo in tutto il mondo scacchistico.

Ma come si incappa in una storia così?

D’Ambrosio: “Gioco nel circolo Arciscacchi ormai da quasi 40 anni, ma da circa 15 ho cominciato ad appassionarmi agli aspetti storici della disciplina. Per più di otto anni mi sono concentrato a ricostruire la storia dei tornei internazionali di Merano svoltisi negli anni ’20 del secolo scorso, sfociata nel libro “Die internationalen Schachturniere zu Meran 1924 und 1926” (500 pagine, Edizioni Arci Scacchi Bolzano, 2014)

Nel corso di quegli anni un amico del circolo mi chiese se sapessi che a Bolzano era nato un importante scacchista, tale Daniel Harrwitz. Proprio non mi risultava, ma, incuriosito sono andato a cercare questo dato ed ho scoperto che su un libro c’era una informazione errata, mentre su altri compariva l’informazione giusta: Harrwitz non è nato, ma è morto (!) a Bolzano nel 1884. Per anni accantonai il pensiero, ma successivamente, influenzato dal filone di studi fatti sugli scacchisti del XIX secolo, mi sono messo a ricercare.”

“Mi ci sono voluti mesi per trovare una traccia: Harrwitz era morto di una malattia polmonare e questo mi aveva un po’ depistato, perché lo cercavo a Gries in luoghi di cura per malati di tubercolosi. Ma non ho trovato nulla. Grazie a Pater Placidus, l’archivista dell’Abbazia di Muri Gries sono approdato all’archivio parrocchiale di Maria Himmelfahrt a Bolzano, praticamente l’archivio del Duomo, dove nel libro dei morti ho trovato un riferimento che è stato molto sorprendente, in quanto la data di morte non combacia con quella che compare in tutti i libri, ma è di una settimana prima. Ma soprattutto l’anno di nascita differisce di due anni… a questo punto non restava che cercare la tomba. Finalmente nel 2009 ho trovato la colonna che reca inciso il nome di Daniel Harrwitz e soprattutto le date di nascita e morte, completamente diverse da quelle indicate nei libri, ma ora assolutamente certe. Quella di morte ha trovato ulteriore conferma da un giornale dell’epoca di Bolzano e invece la data di nascita è coincidente con quella indicata nel libro dei morti della parrocchia.”

Ma che tipo era Daniel Harrwitz?

“I maligni dicono che avesse un carattere ruvido e decisamente poco signorile nella sconfitta, ma bisogna ricordarsi che lui giocava per il pane ed è ovvio che vedesse nella scacchiera più di un semplice gioco, essendo uno dei pochi professionisti del suo tempo. Pensi che questo tratto caratteriale è stato sfruttato nel 2012 dallo scrittore goriziano Paolo Maurensig, famoso per il bestseller “La variante di Lüneburg”, che nel 2012 si è fatto ispirare dalla scoperta di D’Ambrosio per il suo romanzo breve “L’ultima traversa” in cui Harrwitz è uno dei protagonisti.

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 01/2021 di QuiBolzano

L’inferno, a diecimila chilometri da casa

Il giornalista Luca Fregona con questo libro narra tre storie, apparentemente isolate, di ragazzi altoatesini ventenni che hanno combattuto una guerra in Indocina. Non si conoscevano tra loro, eppure si trovavano a combattere le stesse battaglie, più per disperazione che per scelta, con l’unico intento di sopravvivere.
I racconti sono scritti in prima persona ed il ritmo della lettura è incalzante ma fluido. Si tratta di un libro da leggere tutto di un fiato. Al giornalista va dato il merito di aver prima intuito e poi trovato il riscontro che non si trattava di storie isolate, che il fenomeno del reclutamento coatto nella legione straniera fosse più diffuso.

Luca Fregona: E’ una esperienza che ha toccato circa 7000 ragazzi italiani che oggi nessuno conosce più. Invece negli anni cinquanta la questione è stata molto dibattuta sulla stampa, perché era un fenomeno molto conosciuto e denunciato, di questi arruolamenti di centinaia e centinaia di ragazzi italiani che si trovavano su suolo francese più o meno clandestinamente, e poi, una volta scoperti, convinti, con la minaccia della galera o del rimpatrio, a firmare l’ingaggio nella legione straniera. Comunque la legione pagava anche bene e molti firmavano senza nemmeno sapere dove sarebbero finiti.

QUI: cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

LF: Da sempre mi piace sentire dai testimoni di un periodo cosa hanno vissuto, le emozioni che hanno provato. Spesso sono storie che hanno una trama narrativa molto forte. In fondo sono racconti. Il giornalismo è anche questo, ogni giorno racconta quello che accade intorno, nella tua città, dove vivi, ecc…

QUI :  Nel libro racconti le vicende di questi ragazzi ventenni, storie di disperazione e di sopravvivenza, in cui è difficile separare i concetti di bene e di male

LF: Io mi sono molto immedesimato in questi tre profili, in queste tre storie. Due protagonisti li ho conosciuti di persona, uomini che sono sopravvissuti a quella guerra e poi però nel frattempo ci hanno lasciato. Sono persone con cui ho parlato molte ore e quindi sono riuscito a sintonizzarmi con loro e a capire anche i drammi che hanno vissuto. Il terzo protagonista è morto in Indocina. Tuttavia per lui vale lo stesso discorso, perché la storia me l’ha raccontata suo fratello, la sua vicenda è stata un dramma famigliare.
Quando parli per tante ore e ascolti le persone, riesci a fare tuo il loro punto di vista. Cerchi di capire la vita come poteva vederla un ragazzo di venti anni cresciuto sotto una dittatura e passato alla Seconda guerra mondiale. Quindi non c’è tanto da giudicare, c’è solamente da raccontare…

QUI: Hai narrato in prima persona. Le loro angosce sono quelle del lettore. Hai questa capacità di rendere fluido un discorso che non necessariamente è nato fluido…

LF: Quando capisci quello che ti vuole dire l’interlocutore, capisci quello che ha vissuto o te lo fa capire… io mi sono immerso così tanto ed identificato con queste persone che ogni volta – ho scritto i tre capitoli separatamente – era come se avessi la persona davanti, è come se in qualche modo io parlassi al posto suo. Sapevo che cosa voleva dire e credo di aver fatto un lavoro abbastanza onesto da questo punto di vista e di aver rispettato anche il modo di parlare ed il modo di porsi delle singole persone. Infatti i tre protagonisti parlano anche in modo diverso – poi chiaramente io ho il mio stile…

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 24/2020 di QuiBolzano

Pronto a rinascere il Parco Cappuccini

Mentre gran parte del centro storico di Bolzano è ostaggio dei lavori per la costruzione delle infrastrutture per il Waltherpark, sembrerebbe in procinto di sbloccarsi la situazione relativa alla riqualificazione del Parco dei Cappuccini.

Solo qualche settimana fa, su queste pagine, constatavamo come nel 2020 il parco abbia cominciato ad ospitare con maggiore frequenza spettacoli e rassegne culturali: dal Cinema sotto alle stelle ai concerti dell’Orchestra Haydn, dalla edizione bolzanina del Trento Film Festival, alle iniziative della Biblioteca provinciale in lingua italiana Claudia Augusta. Una situazione totalmente diversa rispetto a pochi anni prima: i nostri lettori più attenti ricorderanno gli sforzi del comitato di quartiere “Quasicentrum” che ancora nel 2015 definiva le vie intorno al parco “un quartiere di passaggio, tagliato dal traffico, poco valorizzato e abbandonato a sé stesso, al deperimento e degrado, sino a soffrire delle stesse condizioni di una periferia.”

Nelle ultime settimane il dibattito su ciò che sarà il nuovi Parco dei Cappuccini si è fatto più fitto. E’ di pochi giorni fa la notizia che c’è un progetto per il parco che tenta di mettere d’accordo la Provincia (che è il committente) ed il Comune di Bolzano.

Per provare a fare un po’ di chiarezza, abbiamo contattato il progettista, l’architetto bolzanino Kurt Wiedenhofer, e già dopo poche battute abbiamo capito la complessità della gestione del progetto. Dire che coinvolge Provincia e Comune è riduttivo, considerati i numerosi uffici delle due istituzioni coinvolti nel progetto. Non dobbiamo dimenticare inoltre il ruolo delle istituzioni che si affacciano sul parco: il Teatro Comunale con il Teatro Stabile e la sua controparte tedesca, le VBB, Vereingte Bühnen Bozen, ed il Centro culturale Trevi – TreviLab con il Centro Multilingue, il Centro Audiovisivi e la Biblioteca provinciale italiana Claudia Augusta.

La prima cosa che salta all’occhio è che spariranno gran parte degli elementi attuali del parco e che l’organizzazione interna verrà rivista. Nelle intenzioni di Provincia e Comune era centrale l’idea di uno spazio che consentisse l’organizzazione di eventi culturali. Un’altra idea era stata formulata dalle istituzioni teatrali presenti in piazza Verdi, che avevano manifestato l’interesse ad avere un chiosco in prossimità del Teatro. Ed un’altra visione ancora prevedeva un collegamento almeno visivo tra il Centro Trevi – Tevilab ed il Teatro.

Architetto Wiedenhofer: “Il progetto ha cercato di tenere conto di tutte queste esigenze.  Ci saranno due nuovi varchi nel muro perimetrale: uno verso il Teatro, mentre quello attuale di via Cappuccini viene chiuso, ma ce ne sarà uno nuovo all’altezza del Centro Trevi. Non ci sarà un chiosco, ma uno “spazio bistrot” che sorgerà nella parte nordest del parco. Si tratta di una soluzione trovata dal mio collega bergamasco Marco Formenti, che da un paio di anni lavora in provincia di Bolzano. Questa area ospiterà anche uno spazio “palco” per manifestazioni. L’idea è che sia il gestore del bistrot a farsi carico della gestione e del coordinamento del programma delle attività nel parco, oltre che di chiudere i cancelli la sera.”

Dal varco di ingresso di via Cappuccini si accede presto ad una area dove sorgerà un parco giochi, e subito più a sud sorgerà una piccola ludoteca, oltre che una area espositiva temporanea.

Il progetto prevede anche una struttura polifunzionale esterna al parco, tra la fontana e la strada, che verrà adibita a parcheggio biciclette e fermata del bus.

Il progetto, per andare avanti, necessita ancora delle autorizzazioni e della variazione al Piano Urbanistico Comunale. I tempi non sono immediati, ma vedere progressi sulla riqualificazione del parco, non può che far piacere.

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 23/2020 di QuiBolzano

In ricordo di don Carlo Nicoletti

Don Carlo Nicoletti, originario di Novaledo in Trentino, si è spento lo scorso 2 novembre a Bolzano a causa di complicazioni legate al Covid-19. Per decenni il sacerdote è stato l’anima delle Acli e della parrocchia dei Piani. 

A inizio novembre è venuto a mancare, all’età di 89 anni, don Carlo Nicoletti. Il sacerdote è stato a lungo parroco ai Piani e cappellano della Scuola di Polizia di Bolzano.

Pensando a lui, si pensa all’impegno della Chiesa nel sociale e per i lavoratori. Don Carlo dal 1965 è stato attivo nelle ACLI, le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani. Più in generale don Nicoletti è stato per anni uno dei volti della chiesa che si si spende per i propri fedeli attraverso un occhio attento per le vite individuali, le relazioni, la promozione di uno sguardo attento alla società che è la premessa fondamentale per costruire quel tessuto connettivo presupposto indispensabile per salvaguardia dei diritti, solidarietà e carità.

Per cercare di tracciare un ricordo “recente” di quello che don Carlo è stato, ci siamo rivolti a

don Mario Gretter, un sacerdote noto per essere molto progressista. Don Mario ha vissuto due anni al Cairo per studiare l’Islam, conosce l’arabo ed è una sorta di ponte del mondo cattolico altoatesino verso le altre culture e religioni.

“Sono arrivato a San Giuseppe ai Piani pochi anni dopo che don Carlo ne aveva lasciato la guida per raggiunti limiti d’età. Da giovane parroco sono entrato, non solo nella comunità parrocchiale dei Piani, ma anche nella piccola comunità domestica della canonica, composta da don Carlo, don Giovanni Costanzi, già avviato verso i 90 anni, ma ancora vivace e coltivatore assiduo di relazioni e incontri con le tante persone conosciute, accompagnate e sostenute durante il lungo servizio pastorale in centro, e l’infaticabile Mariya, perpetua e poi badante fedele.

Passati i tempi della cappellania presso la Scuola di Polizia, dell’impegno attivo nelle ACLI, ma soprattutto della parte burocratica dell’attività di parrocchia, don Carlo ha potuto godere, con il suo stile calmo e sorridente, di lunghe letture e approfondimenti, che puntualmente arrivavano sulla tavola, nelle chiacchierate del venerdì a pranzo, tra una portata e mezzo bicchiere di vino rosso.”

“Ho negli occhi, ogni volta che arrivavo per il pranzo del venerdì, un don Carlo che passava dalle letture di approfondimento alla recita del breviario fino alla scrittura della predica, sempre ben preparata, nel suo ufficio in canonica. Equilibri che l’età e le vicende della vita hanno incrinato, a partire dalla morte di don Giovanni nel febbraio del 2015, dopo aver condiviso un’amicizia fraterna per oltre 40 anni. Il dolore e dispiacere della perdita hanno messo in luce delle fragilità che forse prima si potevano solo intravedere, fino ad arrivare alla malattia, che ha portato via tante parti di don Carlo, ma non tutte. Sicuramente la cura e gli stimoli costanti di Mariya, hanno rallentato il rarefarsi di ricordi e capacità di riconoscere e riconoscersi. E qui credo di poter vedere un po’ la cifra di tutto il suo impegno di una vita per gli altri, per i lavoratori alle ACLI, per le reclute della Scuola di Polizia, per le parrocchiane e i parrocchiani. Fino all’ultimo don Carlo ha voluto celebrare la S. Messa e per questo si svegliava più volte nella notte, con il bisogno di andare a celebrare. Non si tratta di un rito, ma di qualcosa di essenziale e vitale, una sorgente per la vita: Gesù si spezza e dona tutto sé stesso e ci invita a fare altrettanto. Con il suo stile pacato e sorridente, don Carlo ha cercato di spezzarsi e di donarsi: questo era il suo impegno per tutti.”

tamArticolo pubblicato sul numero 22/2020 di QuiBolzano.

Uno stand al Museo, per conoscere meglio il lupo

Il Museo di Scienze Naturali di via Bottai ha da poco aggiunto una stazione informativa sul lupo in Alto Adige alla preesistente sezione dedicata all’orso. Orso e lupo, due specie di animali selvatici che spesso vengono etichettati come problematici, spesso anche pericolosi. “In realtà – ci spiega Giulia Rasola, che insieme a Johanna Platzgummer ha curato i contenuti della postazione – si tratta spesso di una questione di percezione. Culturalmente siamo abituati a convivere con determinati rischi della montagna, siamo portati ad accettare il rischio di un incidente in montagna, o il fatto di poter essere morsi da una vipera. Conosciamo la situazione e ci attrezziamo al meglio per affrontarla.

Nei paesi in cui queste specie sono sempre rimaste presenti, penso per esempio alla Slovenia, la popolazione è abituata a conviverci (non ne ha timore) e ha mantenuto pratiche di difesa delle greggi altamente efficaci.

Dobbiamo comunque stare attenti a non confondere la situazione delle due specie. Mentre alla base della presenza dell’orso sin dagli anni 1999-2000 sono stati avviati dei programmi di ripopolamento della specie nei nostri boschi, con trasferimenti di orsi dalla Slovenia al Trentino, la presenza del lupo nei nostri boschi è naturale. Il lupo, che non è necessariamente un animale da montagna, non si è mai estinto ed in Italia si è ritirato nelle zone appenniniche del centro Italia approfittando anche del fenomeno dello spopolamento della montagna, soprattutto in Abruzzo. Poi, negli ultimi decenni, il lupo è risalito per l’Appennino fino in Liguria per poi cominciare a ripopolare le Alpi da Ovest in direzione Est.”

La stazione informativa ospita una riproduzione 1:1 della lupa denominata WBZ-F1, che vive in Val di Non e di cui gli studiosi riescono ad apprendere moltissime nozioni sul suo comportamento grazie al radiocollare di cui è provvista. La stazione è dotata di una postazione con “touch screen” che permette tramite dei giochi intuitivi di approfondire le conoscenze sul lupo tramite una serie di giochi educativi: riconoscere la differenza tra lupo e cane, conoscere i lupi ed il loro ambiente, la loro diffusone o il loro rapporto con l’uomo. 

“Uno degli aspetti che approfondiamo – continua Giulia Rasola – è legato alla caccia e al gruppo famigliare del lupo. Un lupo solitario, come ad esempio un giovane in fase di dispersione, caccia prede più piccole come lepri o caprioli. La caccia di gruppo scatta solo nel caso di prede più grandi, come per esempio il cervo. Ma in ogni caso il lupo svolge un importante ruolo ecologico perché caccia soprattutto animali malati e debilitati.

Anche quando il lupo si muove in branco, è bene specificare che nelle Alpi questo è perlopiù formato da un gruppo famigliare formato dai due adulti e dai piccoli, talvolta anche dai fratelli nati l’anno prima

Spesso i lupi fanno notizia per quando attaccano e uccidono pecore. In realtà le statistiche evidenziano che, per esempio, nel 2019 le pecore hanno costituito solo lo 0,24 per cento della dieta dei lupi che popolano i boschi dell’Alto Adige. Il resto delle predazioni ha riguardato ungulati selvatici, prevalentemente caprioli o cervi. 
L’invito è quindi quello di visitare il secondo piano del museo dove le sezioni informative di orso e lupo sono inserite in uno spazio denominato “Ritorno sulle Alpi”, nel quale in futuro troveranno spazio anche altre specie autoctone di animali.

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 21/2020 di QuiBolzano.

Lab:bz, mediazione urbana, dal basso

Torniamo a scrivere di lab:bz, laboratorio urbano e una piattaforma di dialogo e di idee. Lab:bz è un gruppo indipendente di cittadini di diverse professioni, pianificatori e liberi professionisti, che si adopera per uno sviluppo urbano sostenibile. Uno dei punti cardine dei suoi ragionamenti è che la pianificazione urbana debba concentrarsi maggiormente sugli spazi pubblici, luoghi d’incontro e di relazione. Lab:bz si adopera per una forte riduzione del traffico motorizzato privato, del rafforzamento del trasporto pubblico di vicinato ampliamento delle zone pedonali in tutti i quartieri riqualificazione del verde alberato esistente e delle aree verdi.

Un esempio pratico di come opera, è dato dal suo ruolo di mediazione tra gli abitanti del quartiere Bozen-Dorf (In Villa) ed il Comune di Bolzano.

Abbiamo contattato Margot Wittig di lab:bz, ed appreso che uno dei principali problemi, soprattutto degli abitanti di via Beato Arrigo e di Via Weggenstein, sia dato dal traffico pendolare, da chi, proveniente in auto da Sarentino e San Genesio adopera Ponte S. Antonio per raggiungere il centro.
Uno degli obiettivi emersi dagli incontri con i cittadini erano la diminuzione del limite di velocità, la conversione di alcune parti della via in strada residenziale e l’installazione di almeno una speedbox.

Altri problemi emersi riguardano i ciclisti indisciplinati (in via Castel Roncolo), il trasporto pubblico (posizioni e arredo delle fermate del bus) e le passeggiate del Talvera (Wassermauerpromenade).

Con queste richieste i rappresentanti di lab:bz il 6 marzo, quindi poco prima del lockdown, hanno incontrato in municipio Luis Walcher. Un incontro franco in cui il vicesindaco, pur non potendo promettere una attuazione immediadiata dei suggerimenti avanzati, aveva annunciato di voler affrontare nel breve termine i punti più importanti e più facilmente realizzabili.

E’ stata ad esempio indicata una priorità sul fronte traffico: nella zona di fronte all’Ex Oberalp-Eccel è in fase di progettazione un nuovo marciapiede, i pali della luce saranno spostati sul lato della strada, in modo da creare un marciapiede protetto. Si deciderà se almeno una speedbox può essere posizionata nella curva sopra il convitto S.Giorgio. C’è inoltre un’idea di dipingere dei simboli sull’asfalto per segnalare la strada residenziale.
In Via Castel Roncolo si valuterà come garantire una maggiore sicurezza per i pedoni sul marciapiede, probabilmente intervenendo sulla segnaletica orizzontalesul marciapiede/pista ciclabile.

Sul Talvera, il bar S. Antonio, di proprietá della Provincia, potrebbe essere rilevato dal Comune e l’edificio ristrutturato, compreso i servizi igienici, prima di un nuovo contratto di locazione. I residenti chiedono che venga ristrutturata la Casa del giardiniere (sopra Vicolo Sabbia) e assegnata ad una associazione, ma ci sono da affrontare diverse verifiche amministrative, per cui non c’è da aspettarsi una decisione in tempi brevi.

La notizia buona di questi incontri è che grazie all’intermediazione di lab:bz, i cittadini hanno l’opportunità che le proprie istanze possano venire presentate al meglio da parte di professionisti riconosciuti dall’amministrazione comunale.

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 20/2020 di QuiBolzano.

Cappuccini: un parco che vuole “vivere”

Mai come in questo periodo si ha la percezione di quanto Bolzano sia un cantiere. I lavori che porteranno alla realizzazione del Waltherpark, il progetto “Benko” che prevede – citiamo dal sito WaltherPark.com – “la riqualificazione e la a valorizzazione del quartiere fra la stazione ferroviaria, piazza Verdi e piazza Walther”, sono in pieno corso ed in questo momento interessano, oltre alla zona di Parco Stazione, via Alto Adige e Piazza Verdi. Ma le ripercussioni si hanno sull’intera rete viaria nonché sulle vie adiacenti a questo enorme cantiere.

Il pensiero va ad una parte di città, le vie a ridosso del Parco dei Cappuccini, che già prima del progetto “Benko”, lamentava una percezione di abbandono rispetto al centro vero, oltre le vie dove passano gli autobus di linea: “Il quartiere è parte del centro storico della città di Bolzano, ma non vi appartiene (…). E’ un quartiere di passaggio, dove non ci si ferma, tagliato dal traffico, poco valorizzato, un prolungamento atrofico del centro. E come tale è abbandonato a sé stesso, al deperimento e degrado, sino a soffrire delle stesse condizioni di una periferia.”

Il documento era apparso sul blog del comitato civico “Quasicentrum” (http://quasicentrum.blogspot.com), che aveva iniziato a programmare delle attività nel parco, delle feste di quartiere che coinvolgevano anche le attività commerciali e le istituzioni culturali vicine, con il chiaro obiettivo di dimostrare che la zona fosse meritevole di essere valorizzata, senza tuttavia ottenere subito l’effetto sperato. Con il cantiere per il Waltherpark molti problemi si sono accentuati: atti di violenza e vandalismo nella zona tra il retro del Teatro Comunale, piazza Verdi e via Marconi. In un articolo pubblicato sull’Alto Adige il 25 agosto dello scorso anno, il comitato viene così citato: “Non vogliamo perdere la speranza che il Comune si impegni nuovamente per realizzare gli interventi proposti. Basta un minimo di progettualità, di senso civico, di impegno e amore per la città”.
Siamo nel 2020 ed il Parco ha effettivamente cominciato ad ospitare frequenti spettacoli e rassegne: dal Cinema sotto alle stelle, ai concerti dell’Orchestra Haydn, al Trento Film Festival, alle iniziative della Biblioteca Claudia Augusta. Non sappiamo se le iniziative siano una conseguenza diretta degli sforzi del comitato civico. E’ tuttavia sotto gli occhi di tutti che al Parco dei Cappuccini ci sono tante iniziative culturali, che lasciano ben sperare per il futuro.

tam

Articolo pubblicato sul numero 19/2020 di QuiBolzano.

Su e giù. A piedi, ma anche in funivia.


Stefano Bonifacio, 57, anni, fa il conduttore alla funivia di San Genesio, uno degli impianti con la tecnologia più datata in provincia. Nel tempo libero, tre volte in settimana, si sposta sulla tratta della vecchia cremagliera del Renon per affrontare i 950 metri di dislivello, questa volta a piedi, con la musica nelle orecchie, posta infatti dati statistici e playlist spesso e volentieri su facebook.

(QUI) Un macchinista conduttore che si tiene in forma camminando sul percorso della vecchia cremagliera del Renon. Deve ammettere che è singolare…

(Stefano Bonifacio) Premetto che conosco molti amatori più bravi di me, più professionali, che salgono a San Genesio anche cinque volte a settimana…

Io preferisco il Renon, in quanto considero il percorso che porta a San Genesio troppo breve (poco più di 4 km), che sono poco rispetto alle tre varianti che portano a Soprabolzano.

Il percorso più lungo parte dalle passeggiate di S.Osvaldo, passa vicino alla croce per poi arrivare al Gasthof Schluff. Sono quasi 8 chilometri, ma affronti il dislivello di 950 metri in maniera meno estrema.

Io preferisco il percorso più impegnativo, poiché  mi lascia più tempo per gestire i miei impegni. Si tratta del sentiero 6 che parte in via Brennero con la salita del Gatto Nero e segue per lunghi tratti il percorso della vecchia cremagliera del Renon. Fino alla stazione a monte della funivia del Renon sono 5 chilometri e mezzo.
Quando ho un po’ più tempo faccio il percorso intermedio, dopo 3 chilometri sul sentiero 6 c’è un bivio che permette di proseguire per Soprabolzano sul sentiero numero 23, da cui si arriva alla spianata della funivia, nel piani sopra le piramidi di terra di Signato, e, passando per il Moar Hof ed il Pranzager Hof e alla fine si esce dal bosco vicino alla piscina di Soprabolzano.

Durante la salita ci siamo io, la natura e la musica, di cui sono un appassionato. Per la salita prepare una selezione di brani che devo ancora ascoltare. Ma se la musica è sbagliata, meglio camminare senza, non riesco a mantenerla sotto sforzo. Di contro se la scaletta musicale funziona, vuol dire che mi ha fatto camminare con gioia nonostante la fatica.

(QUI) Su Facebook la vediamo postare le scalette musicali, ma anche la tabella della performance

(Stefano Bonifacio) Ho notato che con la mia attività sono di stimolo a molti. Per questo posto tutto su facebook. Questa è la mia attività, l’equivalente della palestra per altri, ne vado orgoglioso, mi piace anche metterla in mostra. Salgo tre volte a settimana! Pensi che ci sono amici che mi chiedono di venire con me ed io salgo con loro, alla loro velocità, non è un problema per me.

(QUI) Perché cammina?

(Stefano Bonifacio) Cammino perché non posso più correre come in gioventù. Mi sono rovinato le cartilagini alle ginocchia e sono stato operato alla schiena. Ora mi aiuto con i bastoncini da nordic walking, mi aiutano a mantenere la schiena dritta.

Potrei fare molto meglio se dormissi di più. Purtroppo sono un dormitore breve, dormo poco più di tre ore a notte, poi rimango a letto, perché altrimenti non mi reggerei in piedi. Il poco sonno è il motivo per cui in estate vado prestissimo a camminare: vedere l’alba è bellissimo. Anche questo è un motivo per cui preferisco il Renon: salendo da S. Maddalena, fino al secondo chilometro, girandomi ho la strepitosa vista sulla città di Bolzano. Salendo invece vedo il Colle, Cornedo con il castello e Signato, poi si entra nel bosco sulla vecchia strada della cremagliera e non si vede più nulla fino a quando, al bivio tra il sentiero 6 ed il 23, non si decide di prendere quest’ultimo e allora si torna ad avere sulla destra una bella vista.

(QUI) Ci parli del Suo lavoro

(Stefano Bonifacio) Lavoro come macchinista conduttore alla funivia di San Genesio, un impianto del 1937, l’unico ad avere ancora un dipendente in cabina. La cabina passa molto vicina ai piloni, ci sono dei respingenti che servono nel caso la cabina oscillasse, per attutire l’eventuale colpo della cabina. L’anemometro (uno strumento che registra l’intensitá del vento, ndr), posto nel punto più esposto al vento, dà una registrazione che viene data al macchinista a monte, che però non vede niente. Quindi è molto importante l’uomo a bordo della cabina, che in caso di forti raffiche di vento può ridurre la velocità per evitare di andare a sbattere. E’ un po’ come in auto: non è carino andare a sbattere, seppur a velocitá ridotta perché hai il paraurti.
Pensi che fino al 2007 ho lavorato alla funivia del Renon, prima che venisse sostituita con quella che conosciamo oggi

 (QUI) Un lavoro che Le permette di avere un punto di osservazione privilegiato sul capoluogo…

(Stefano Bonifacio) Lavoro per una delle funivie più belle come panorama. Vedo la condizione di Bolzano fin dalle prime ore del mattino, la quantità di smog, per esempio la differenza prima e dopo i mercatini di Natale. Ho la visuale verso Sarentino e verso Merano e quindi riesco a vedere come si formano i temporali che arrivano su Bolzano.

(Till Antonio Mola)

Articolo pubblicato sul numero 18/2020 di QuiBolzano.

QuiBolzano

Messa in pausa l’esperienza radiofonica dal vivo, ho deciso di cogliere l’opportunità di approfondire temi della mia città. Chi mi segue sa quanto mi piaccia far emergere le storie, che si tratti di radio o di carta stampata.
La collaborazione con QuiBolzano mi dà la possibilità di osservare con più coscienza i cambiamenti del centro di Bolzano e di raccontarli.

Nelle prossime settimane, in accordo con la redazione del quindicinale, riproporrò qui il testo dei miei articoli.

Stop

Da marzo 2020, con il lockdown, La Musica Dentro è andata in onda proponendo una sorta di “best of” di decine e decine di trasmissioni.
Quest’anno la trasmissione si ferma.
Ci sono cicli che iniziano e cicli che finiscono. È così, ed io non posso che ringraziare chi, lato conduzione, mi ha accompagnato in questi anni. Ringrazio anche tutti gli ospiti, che hanno deciso di partecipare e mettersi in gioco.
Tutte le puntate, dal 2014 ad oggi, sono state registrate e restano disponibili online sul sito di Radio Tandem (.it) e su mixcloud. Ci si arriva digitando www.lamusicadentro.it.
Ma il ringraziamento più grande va a chi in questi anni si è sintonizzato sui 98.400 o anche in streaming per ascoltare. C’eravate!
Grazie di cuore!

Dal 2 ottobre torna La Musica Dentro

Mercoledì prossimo, 2 ottobre 2019, riprende La Musica Dentro. Till e Woody ogni mercoledì vi intratterranno con la “musica dentro” di un ospite, ovvero la sua musica di ascolto.

Confermata la collaborazione con DeBaser. G e Turkish, i creatori del popolare sito di recensioni, saranno ospiti una puntata ogni mese. Da quest’anno un’altra puntata ogni mese sarà dedicata alla scena musicale nazionale, quindi un ritorno all’informazione da parte di Till e Woody, che si appoggiano alla competenza di un intenditore di cui ancora non si svela il nome.
La Musica Dentro va in onda alle ore 21.05 di ogni mercoledì su Radio Tandem.

BeRise a La Musica Dentro mercoledì 16 gennaio


Da mesi seguo, sui social media, il percorso di Bertrand Risé. Mercoledì 16, a partire dalle 21 sarà graditissimo ospite a La Musica Dentro su Radio Tandem.
Non mancate!
In FM a Bolzano e Bassa Atesina sui 98.400, o in streaming sul sito della Radio, o tramite app (TuneIn, MBStudio, ecc)